Varese

Gli zingari di Moni Ovadia trionfano all’Apollonio

L'attore e regista Moni Ovadia

Il teatro di Moni Ovadia sprigiona un grande fascino, il fascino legato ad un passato che, cancellato dalla storia, quella dei totalitarismi per parlare del Novecento, Moni evoca con la sua bacchetta magica e fa rivivere davanti a noi. Con le parole, i racconti, le melodie, i movimenti che accennano, un po’ goffi, qualche danza popolare. E questo è accaduto anche a Varese, ieri sera, in un Teatro Apollonio affollatissimo ed entusiasta per lo spettacolo “Senza confini, ebrei e zingari”, una proposta legata alla Giornata della Memoria, cioè al ricordo della Shoah nazista che vide, tra le sue vittime, i due popoli protagonisti dello spettacolo. Tanti varesini nonostante la nevicata, che ha tenuto a casa parecchi spettatori e che ha impedito, per un soffio, il sold out.

Moni, sia pure raffreddato (“la solita, maledetta tracheite antisemita”, ha l’attore con il suo proverbiale humour), ha offerto un racconto durato più di due ore sulle vicende di Rom e Sinti, tenendo gli ebrei, quelli dell’Europa Centro-Est, più come un riferimento sotterraneo che come veri protagonisti, a differenza dei suoi storici spettacoli in cui erano proprio loro protagonisti unici e assoluti. Una millenaria vicenda, in cui Rom e Sinti procedono per una loro “incontenibile forza vitale”, che consente di superare odi, pogrom, persecuzioni, ma soprattutto luoghi comuni e stereotipi, peraltro coltivati ad arte anche da certe forze politiche ben presenti tra noi.

In realtà, lo spettacolo di Moni è una lunga, intensa riflessione sulle avventure dell’identità e dell’appartenenza, una riflessione che ha avuto come sua certezza assoluta che il meticciato, e non il delirio dell’identità, è il vero motore della storia. E rom e sinti sono popoli esemplari, che del mix tra storie, etnie e culture hanno fatto tesoro. Del resto, come ricordava il filosofo Emil Cioran in uno dei suoi più felici aforismi: ”Un uomo che si rispetti non ha una patria. Una patria è una colla”.

Tutto questo è apparso noioso, faticoso, impegnativo da seguier? Assolutamente no, perchè le parole di Ovadia hanno trovato un contrappunto pirotecnico nei fedeli musicisti della Stage Orchestra, che da anni segue l’attore-regista bulgaro-milanese nei suoi spettacoli. Veri virtuosi dei loro strumenti, spesso con sangue rom o sinti nelle loro vene. Tra i musicisti si è segnalato, come sempre, il mitico Marian Serban con il suo Cymbalon, che ha regalato vertiginosi assoli di godibile melodia balcanica.

29 gennaio 2012
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