Varese

Paschi, il partigiano che salvò i prigionieri alleati

Un'immagine di Arturo Paschi

In occasione del “Giorno della memoria”, martedì 24 gennaio alle ore 20,30 presso la Sala “Claudio Macchi”-Filmstudio ’90, in via De Cristoforis 5 a Varese, verrà presentato il libro di Rossella Paschi, “Il segretario di Nino” “Un ebreo triestino nella Resistenza”, prefazione di Silva Bon, Edizioni Arterigere, Varese. Interverranno l’autrice Rossella Paschi, lo studioso di storia della Resistenza Franco Giannantoni e Carlo Scardeoni per le Edizioni Arterigere. Al termine verrà proiettata la pellicola “Pizza ad Auschwitz” di Moshe Zimerman (Israele 2008, 52’), che racconta l’emozionante ritorno di Danny Chanoch ad Auschwitz, l’inferno della sua deportazione, accompagnato dai figli Sagi e Miri “per non dimenticare”.

Ma chi era Aruro Paschi? Arturo, 29 anni, triestino, famiglia della borghesia anticonformista, colto, sportivo, un bel giovane educato nel Ventennio, laureato in legge, vicino al Partito d’Azione, moglie luterana, si era trovato a fare i conti con la sua condizione di ebreo e antifascista subito dopo l’8 settembre. Una tragedia segnata dall’ arrivo dei tedeschi, dalla furiosa caccia antisemita, dalla Risiera di San Sabba e i suoi lugubri forni che avevano cominciato a funzionare a pieno ritmo, sterminando le prime innocenti vittime. Il precipitoso viaggio sino a Milano per organizzare la fuga verso la Svizzera dei suoi familiari, gli aveva cambiato d’improvviso la vita offrendogli la possibilità di collaborare con la macchina della Resistenza appena avviata e già nelle mani di un timoniere d’acciaio, Ferruccio Parri, “Maurizio”, capo dell’Ufficio Studi della Edison e prossimo vice comandante del Corpo Volontari della Libertà, l’esercito partigiano.

Accantonata la matrice ebraica, che non aveva assolutamente avuto rilievo nella successiva scelta partigiana (nessun ebreo andò a combattere per la libertà in nome della razza violata), Arturo Paschi, ricongiunto all’amico medico Amos Chiabov, si era trovato a servire la causa “giellista”, entrando a far parte della macchina organizzativa voluta da Parri ed affidata alle cure dell’ingegner Giuseppe Bacciagaluppi, “Nino”, direttore della Face Standard e futuro Delegato Militare del Clnai a Lugano (“Joe”) per il salvataggio dei prigionieri Alleati fuggiti all’armistizio dai “campi di prigionia di Mussolini”. Decine di migliaia di soldati, americani, inglesi, neozelandesi, sud africani, francesi, polacchi, greci, indiani, catturati sui vari fronti di guerra e ora abbandonati al loro destino e alla ricerca disperata di un varco verso la Confederazione Elvetica, la “terra promessa”.

Arturo Paschi, “Alberto Pasini” e/o “Paoli”, con Sergio Kasman, “Giorgio”, assassinato nel dicembre del ’44, medaglia d’oro della Resistenza, si trovò al centro di questa pagina di storia poco nota e di grande importanza (“la miglior stagione della mia vita”), soprattutto per i futuri rapporti con gli Alleati che Bacciagaluppi gestì dalla villa di Caldè sul lago Maggiore di proprietà della moglie inglese Audrey Partridge Smith, trasformata in “Centro operativo” del Servizio Assistenza del Clnai, e che ebbe un significativo successo. Il suo ruolo, come dal rapporto che “Joe”, alla fine del conflitto inviò agli Alleati, era quello di “agente addetto all’organizzazione centrale e al collegamento”. Furono oltre mille i “prigionieri” portati sani e salvi nel Ticino, parte via lago in barca, parte con l’aiuto degli “spalloni” e delle “guide” dal Monte Lema, da Voldomino, da Ponte Tresa, dal Limidario, dal Gaggiolo, in abiti civili e scarponi di cuoio adatti alla bisogna che, una volta terminato il trasferimento, venivano recuperati per altre missioni.

Paschi da Milano, sconosciuto al nemico e non schedato, dirigeva il traffico. Prendeva in carico i ragazzi e li indirizzava a gruppetti, da cinque a quindici al massimo, verso la meta. Un’attività delicatissima, sul filo del rasoio, costellata da continue trappole, dall’osservatorio “privilegiato” del Bar Arengario dove stazionava per il tempo necessario. L’impresa ebbe termine a metà dicembre, quando per una delazione, Paschi fu intercettato, seguito, preso a fucilate, ferito gravemente dopo che un tentativo di fuggire dal taxi su cui era stato caricato da quelli dell’ Upi-Gnr, era fallito. In fin di vita, da San Vittore fu trasferito a Niguarda, ma il “gruppo Parri” tentò in ogni modo di portarlo in salvo (aveva in tasca l’elenco in codice dei collaboratori!), organizzando persino un finto funerale simulando il suo avvenuto trapasso. L’impresa riuscì in un secondo tempo al “gruppo dei Cucchi”, due valorosi coniugi, commercianti in salumi di Milano, impegnati nel passaggio degli ebrei. Paschi, dopo due mesi trascorsi alla periferia di Milano in clandestinità, il 9 marzo del ’44 raggiunse la Svizzera e vi rimase, fin al dicembre 1945, a curarsi le tremende ferite trapassanti l’intestino dell’agguato fascista non mancando di dare il suo apporto alla lotta “Radio Londra” per tre giorni inviò lo storico messaggio agli amici preoccupati di Milano: “Il segretario di Nino è arrivato bene!”.

Rossella Paschi, 61 anni, ex traduttrice ed interprete alla Commissione Europea, ha ricostruito con ironia e passione la storia del padre, offrendo attraverso i ricordi, i documenti (alcuni rari), le fotografie, un ritratto singolare e stimolante con squarci esistenziali travolgenti: il valoroso partigiano con le sue avventure e, una volta finita la guerra, il battagliero testimone nella vita pubblica e privata di valori assoluti (la matrice ebraica in primis), in una Trieste che si batteva fra mille ostacoli per salvaguardare il suo territorio, le sue tradizioni e la sua cultura. “Questo libro- annota nella prefazione Silva Bon, presidente dell’Istituto regionale per la Cultura Ebraica di Trieste e del Friuli Venezia Giulia e collaboratrice dell’Istituto Storico della Resistenza-costituisce motivo di continue sorprese, fonte ricca di apprendimenti che si rapportano sempre ad un profondo senso di umanità”.

Franco Giannantoni

22 gennaio 2012
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