Varese

Scomparso Russi, vittima varesina della follia nazista

L’ingegner Renzo Russi fu il primo della numerosissima famiglia formata dai genitori Carolina e ingegner Ugo Russi, vice direttore della Società Varesina Imprese Elettriche e otto fratelli (il nono, Piero, era morto nel 1943 in un incidente di montagna), a passare in Svizzera quando i tedeschi avevano già aperto una caccia spietata con il V Gruppo Grenzwache della Polizia Confinaria alla comunità ebraica di Varese, piccola ma via ingrossatasi per l’arrivo di centinaia di ebrei da tutta l’Italia del Nord. I confini di Varese infatti dal punto di vista orografico erano più facili da superare rispetto a quelli del Comasco, del Novarese e della Valtellina.

Renzo Russi, 87 anni, un’intensa attività professionale a Varese, uomo buono e garbato, ricco culturalmente, è morto stamane dopo breve malattia. Lascia la moglie Anna e due figli.

La sua storia è fra i capitoli più drammatici di quella stagione di morte. Renzo Russi, classe 1925, allora diciottenne, passibile di essere chiamato coi bandi di Graziani per l’esercito repubblichino, accompagnato dal padre Ugo, passò il confine clandestinamente il 24 settembre 1943 da Stabio, per poi essere internato nei campi d’accoglienza della Confederazione. Determinante per il suo salvataggio fu un graduato della Guardia di Finanza che, al racconto del fuggiasco, non ebbe timori nel favorirne il passaggio dalla rete in una zona assolutamente desertica.

Per gli altri membri della famiglia i tempi per guadagnare la libertà, sfuggendo ad una morsa nazifascista che si era fatta sempre più massiccia, furono diversi e sofferti attraverso esperienze drammatiche. La madre Carolina Stolfa con le figlie minori Claudia, Laura, Luisa e Anna Maria, dopo aver trovato rifugio in un primo tempo in istituti religiosi lombardi, nel dicembre del 1943 giunse nel Comasco e attraverso il Monte Olimpino toccò l’abitato ticinese di Bruzella. Il padre Ugo con Maria Grazia, Paola, Rosanna, Lucia, Franca e Paola si portò in Valtellina. Ospiti per un certo periodo di un Istituto religioso retto da don Folci, cugino di monsignor Carlo Sonzini, direttore delle Suore di Casa Famiglia, il gruppetto (nel frattempo era morta Paola di tifo) passò separato in due gruppi in Svizzera dalle montagne di Tirano.

La famiglia, solo alla fine del 1944, potè riunirsi nel Vallese. Il salvataggio dei Russi fu opera in parte di Calogero Marrone, direttore dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, deportato e morto a Dachau il 155 febbraio 1945, che consegnò a uno dei figli della famiglia varesina una dichiarazione di appartenenza alla razza ariana per favorirne la fuga. La vicenda dei Russi fa parte del libro di Francesco Scomazzon “Maledetti figli di Giuda, vi prenderemo” edito da Arterigere.

 

1 gennaio 2012
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Un commento a “Scomparso Russi, vittima varesina della follia nazista

  1. franco giannantoni il 2 gennaio 2012, ore 13:49

    Caro Direttore, ho conosciuto bene Renzo Russi, ingegnere, uomo colto, pittore raffinato, progettista che, come ha scritto nel suo necrologio, l’architetto Ovidio Cazzola, ha lasciato molti segni del suo talento professionale nella città. La sua morte mi rattrista molto. Con lui e la sorella Rosanna, anni fa ricostruii la drammatica esperienza della sua fuga e di quella della sua famiglia dopo l’8 settembre e l’arrivo a Varese il 12 dello stesso mese dei tedeschi. Ebrei, seppur per parte della madre Carolina Stolfa cattolici (scelta che avrebbe riguardato poi tutta la famiglia) dovettero organizzare la fuga in Svizzera per non essere cattiurati. A dire il vero Renzo mi raccontò che il padre ingegner Ugo, vice direttore della Società Varesina Imprese Elettriche, non ne voleva sapere di lasciare la suia casa in via Silvio Pellico a Casbeno (non capiva per quale ragione non avendo compiuto alcun reato!) ma l’arrivo improvviso da Trieste del fratello, ingegner Arrigo che gli comunicò cosa stava avvenendo per mano dei nazisti, gli fece cambiare idea. Come emerge dal servizio apparso nel suo giornale il primo ad andarsene fu proprio Renzo, classe 1925, dunque compreso nel primo bando di chiamata al servizio militare nellla Rsi. Poi partirono i genitori e gli altri nove figli che attraverso strade diverse, il Comasco e l’Alta Vltellina, si portarono in salvo.
    “A Franco con tanta stima”. con questa dedica , Renzo Russi mi dedicò nel 2001 un bel quadretto a china raffiugurante la monumentale magnoglia dai fiori bianco-viola del parco Baroggi in via Verdi che annnuncia da sempre l’arrivo della primavera ai varesini. Con commozione l’ho riammirato ieri alla notizia della scomparsa dell’autore-amico: un altro probo cittadino ci ha lasciati e con lui se ne va un pezzo della nostrra storia che non dovremmo mai dimenticare. Coirdialità, Franco Giannantoni

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