Varese

Bocca definì Varese “zona grigia” della Resistenza

Giorgio Bocca, storico e giornalista

Il giornalista Giorgio Bocca a Varese ebbe altre occasioni per essere preso a pesci in faccia oltre al caso del lago di Varese che giudicò correttamente, malgrado gli insulti, tanto che qualche anno dopo la magistratura ebbe ad aprire un fascicolo penale che, istruito dall’allora Sostituto Procuratore della Repubblica Francesco Pintus e dal Giudice Istruttore Vincenzo Rovello si chiuse con il rinvio a giudizio di una ventina fra politici, presidenti di Ospedali e industriali della zona, per danneggiamento ambientale.

Accanto al lago, Bocca fu attaccato sul terreno a lui più proprio, quello di capo partigiano della X Brigata GL della Val Maira-Val Varaita,
contemporaneamente all’uscita per Laterza della sua “Storia dell’Italia partigiana” . Cosa accadde per mandare in bestia anche un  uomo civile,
tranquillo, moderato come l’amico professor Luigi Ambrosoli, docente di Storia del Risorgimento e curatore di un saggio sulla battaglia del Monte San Martino combattuta da parte del gruppo militare autonomo “5 Giornate” comandato dal tenente colonnello Carlo Croce e finito sbaragliato a metà novembre del ’43 dall’assalto di due mila militari tedeschi affiancati da ex carabinieri reali confluiti della Milizia e da avieri appiedtai, utilizzati per garantire una “cintura sanitaria” a fondo valle?

Bocca descrivendo su “Il Giorno” il peso partigiano, da storico, espresse un giudizio molto preciso: il Varesotto fu “zona grigia” di Resistenza per ragioni geografiche e politiche. Il sistema delle notevoli arterie stradali, autostrada Milano-Varese per prima, la presenza dei laghi, i confini con la Svizzera a portata di mano, erano stati fattori che non avevano favorito l’organizzazione di bande significative e semmai avevano accelerato il passggio nell’Ossola e nella Valsesia.

Sul San Martino fu esplicito: “La guerra partigiana insegnerà che i laghi non aiutano ma soffocano il movimento partigiano e qui si sta fra i laghi Maggiore, di Varese e di Como”. Le strade non erano seconde, un ostacolo anch’esse insormontabile, battute com’erano dalle truppe nazifasciste interessate a controllare la produzione industriale. I confini infine presidiati dalla Guardia di Frontiera tedesca del V° Grenzwache a caccia di ebrei e fuggiaschi antifascisti e dalla Milizia Confinaria. Se il San Martino rappresentò tutto quello che la Resistenza autentica non avrebbe dovuto essere e fare, condurre cioè una guerra di posizione in vetta ad una montagna codificando l’attesismo armato e la concentrazione in breve spazio di uomin i e mezzi, in attesa – e questo fu l’errore più grave – del rapido arrivo degli Alleati, il resto del
territorio non espresse punte significative. I gruppi militari del Cuvignone e della Gera di Voldomino, del Sant’Antonio e di Voltorre non poterono che resistere per pochi giorni.

Varese conobbe il coraggioso nucleo gappista della 121a Brigata “Gastone Sozzi” di Walter Marcobi e poi, alla sua morte, di “Claudio” Macchi e della 148a Brigta “Matteotti” di Renè Vanetti e Mrio Gallini. Una cinquantina di uomini in tutto. E, proprio perchè pochi, ancora
più meritevoli di onore. Giorgio Bocca volle sostenere proprio questo:  zona grigia ma non per questo Resistenza inesistente, semmai condizionata nel profondo dalla debolezza del tessuto politico, esule, per la componente comunista, la più significativa, in Francia e in Urss per le repressioni del Ventennio. Ambrosoli, che pur stimava Bocca, contrappose una “lettura” più articolata, opponendo una attiva presenza di quela “Resistenza disarmata” rappresentata dalla massa di migliaia di operai che scioperarono nel marzo del ’44 a cominciare dalle fabbriche “protette”, quelle che fabbricavano le armi per il Reich.

Una polemica aspra in un frangente politico delicato: la Resistenza non poteva concedere margini a interpretazioni troppo rigorose a costo di
perdere di popolarità. La scrittura di Bocca era stata valutata poco generosa ma la Storia, quella con la S maiuscola aveva le sue rigide leggi. Mi è parso giusto ricordare anche questa pagina che mostrò il volto di uno studioso e di un giornalista indisponibile a rinunciare ai suoi principi.

Franco Giannantoni

27 dicembre 2011
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