Varese

“Et Alors?”, al Santuccio psicodramma con happy end

Le due protagoniste di "Et Alors?"

Piéce dedicata alla venticinquenne Betsy, disorientata ed indecisa sul crinale tra la vita e la morte, ieri sera, al Teatro Santuccio di Varese, è andata in scena “Et Alors?”, alla presenza di un pubblico non numerosissimo, ma incuriosito dalla insolita proposta teatrale. Protagoniste della messa in scena, le giovani  Anna Sala, autrice anche del testo, e l’americana Caroline Pierce, che in scena parlava la sua lingua.

Una piéce che si fondava sugli insegnamenti di Jacques Lecoq, figura complessa del teatro novecentesco, fondatore di una prestigiosa scuola parigina, personaggio che ebbe grande influenza anche in Italia, con la sua idea di indagare le infinite possibilità dell’espressività corporea, e una proposta di contaminazione tra danza, mimo e teatro del gesto. Questo il punto di partenza anche delle due ragazze, che tuttavia hanno dovuto fare i conti con uno spazio come il Santuccio, infelice nel caso specifico, dato spezza lo spazio tra palco e pubblico. Un lavoro come “Et Alors?” richiedeva maggior coinvolgimento dei presenti, che, nonostante l’impegno delle due attrici, è rimasto sostanzialmente separato.

Sul filo di un testo minimalista, il lavoro è interessante, con apprezzabili punte di ironia (la suicida si rivolge alla ditta “Morte volontaria e Co.”). Lo spettacolo evoca il costruttivismo di certe avanguardie, riproduce in scena i movimenti delle marionette (di Kleist), carica il parlato con una voce registrata fuori campo. E poi largo lo spazio concesso a mino e clownerie. Ben giocata la differenza tra le due protagoniste: più solare Caroline, più tormentata Anna, voce della coscienza della ragazza aspirante suicida.

Meno convincente l’happy end ottimistico: quando la Sala, in un frammento un po’ sognante, recupera i buoni sentimenti, quasi che il percorso psicologico precedente, per sua natura aperto e infinitamente interpretabile, possa conoscere un approdo sicuro e rassicurante. A toccare il fuoco ci si fa male, e spesso ci si brucia, ma lo si sa. Quando ci si confronta con il mondo magmatico ed enigmatico della psiche, della sofferenza e della morte, è il caso di mettere da parte la morale della favola. Tanto più se non di attività di cura si tratta, come ieri sera, ma di teatro e di arte.

26 novembre 2011
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