Politica

Molinari (Pd): sì ai referendum, no alla politica muscolare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di ampio respiro sulla tematica referendaria che ci giunge dal segretario del Pd varesino, Roberto Molinari. Una riflessione che, inevitabilmente, investe il significato della democrazia e i modelli di rappresentatività.

Da qualche giorno sono state consegnate oltre un milione di firme raccolte per sostenere i quesiti referendari. Se si tiene conto che la raccolta è  avvenuta alla spicciola in poco meno di due mesi e che di mezzo c’è stato il periodo estivo, il successo dell’iniziativa segna sicuramente la necessità di una ampia riflessione.

Personalmente, avendo per tempo dichiarato la mia volontà a sostenere i quesiti e avendo frequentato qualche banchetto, alcune idee me le sono fatte. Certamente non sono d’accordo nel ricondurre il tutto, come fa l’illustre Parisi, alla voglia di democrazia bipolare e maggioritaria degli italiani.

Io credo che i motivi per cui gli italiani sono corsi in massa ai banchetti siano diversi. La gente ha voluto firmare perché ha pensato così di accelerare la caduta del Governo Berlusconi/Bossi. Ha voluto firmare perché è incavolata con la politica tutta e non fa distinzioni. Ha voluto firmare perché vuole esprimere la propria preferenza e non vuole un sistema dove le decisioni sono prese da quattro segretari.

Queste mi sembrano le motivazioni più condivise tra le persone che si sono recate a firmare nelle ultime settimane e che sono andate via via ad aumentare quando è cresciuto il tam tam di protesta verso Berlusconi e la politica. Ovviamente, non vuol dire che l’effetto dell’oltre milione di firme debba essere sminuito, né meno elogiato l’impegno di chi ha speso le sue giornate ai banchetti.

Premesso questo io credo che l’aver puntato una “pistola alla tempia” del Parlamento affinché si modifichi una legge elettorale scellerata apra, necessariamente, alla riflessione su quale sistema sia da perseguire per dare rappresentatività ai parlamentari e quale sistema scegliere per unire territorio a carica ricoperta.

In alcune discussioni cui ho partecipato di recente mi veniva fatto notare – questa era la motivazione per cui alcuni amici di partito non hanno voluto sostenere la raccolta firme – che il ritorno al Mattarellum avrebbe di fatto ridotto ai minimi termini la rappresentanza del PD di questo territorio. Come si sa, nel profondo nord, deputati e senatori devono la loro elezione essenzialmente all’esistenza di un sistema proporzionale, sia pure con sbarramento e senza preferenze, come è l’attuale “Porcellum”, mentre, invece, un ritorno al maggioritario non consentirebbe molte chance a fronte di una zona dove Lega e PdL uniti rasentano il 50% dei voti.

Motivazione reale e preoccupazione condivisibile. Tuttavia, io credo che, di fronte ad un diritto negato, quello della scelta, a prevalere debba essere il diritto e non un interesse di bottega o di partito. Il problema però c’è, come scrivevo poc’anzi ed è quello della rappresentatività di tutto il territorio italiano e di tutte le forze politiche tenendo conto, però di due aspetti: governabilità e rischio frammentazione.

Mi sento, però, di aggiungere qualche altro elemento di riflessione. Non è pensabile per nessuna forza politica seria e questo vale di più per il PD, costruirsi dei sistemi elettorali a propria immagine e somiglianza per poter vincere. In definitiva non si può sostenere che un sistema è meglio rispetto ad un altro solo perché con l’uno è più facile vincere rispetto all’altro. I problemi, però, parlando di legge elettorale non sono finiti qui. L’eventuale ritorno al “Mattarellum” porterebbe a spingere le forze politiche ad alleanze “spurie” quasi “incestuose” perché il maggioritario secco ti fa vincere anche con un solo voto di scarto e quindi si assiste alla spinta a “raccattare” tutto il possibile al di là di ogni differenza. Il nostro recente passata ha prodotto tra “desistenza” e “unione” governi di centrosinistra instabili, litigiosi, condizionati da veti reciproci e caduta di premiership non recuperate negli anni. E questo è  un altro problema politico che chi ritiene di avere la maggior forza elettorale, il PD, deve affrontare e affrontare velocemente.

Un ulteriore problema però rimane da segnalare. La reintroduzione delle preferenze comporta ovviamente – come anche in altre situazione – una competizione “cannibale” tra simili e quindi costi di campagna elettorale per raggiungere il più possibile elettori e per spingerli a scrivere il nome sulla scheda. Questo vuol dire spese in comunicazione, spese pubblicitarie, spese in materiale e così via. Anche su questo credo si debba aprire una riflessione seria.

Infine una considerazione. In questi anni abbiamo assistito a partiti personali e alla personalizzazione della politica. Ebbene possibile non porsi il nesso tra personalizzazione della politica e tendenze plebiscitarie della nostra democrazia? E, possibile, non porsi il problema di come in Italia una democrazia bipolare ( muscolare? ) non rischi di accentuare tutto questo?

Dunque, per concludere, a me pare che la via referendaria non sia la soluzione migliore al problema della rappresentatività e della correttezza di un sistema che duri e che non cambi a secondo della maggioranza uscita vincente dalla elezioni. Scrivo questo senza rinnegare certamente la mia firma al quesito. Personalmente, però, sono convinto che il luogo deputato a risolvere i problemi che ho cercato di illustrare sia il Parlamento e non una piazza emotiva e “arrabbiata”.

Per fare questa scelta occorrono, innanzitutto, non “strateghi” dello sfascio dei partiti, non tattici che giocano a contestare le leadership, ma politici che si pongono un obiettivo. Costruire il massimo consenso e la massima condivisione su un sistema elettorale che abbia una visione d’insieme del Paese e che miri a recuperare quella larga fetta di elettori astenuti anche e non solo, attraverso un legame rappresentativo tra eletto e corpo elettorale.

Il PD ha una sua proposta. Francamente penso che siamo in pochi a conoscerla e ad averla letta e questo va certamente a detrimento di chi ha condotto nel partito la discussione su questo tema. Devo scrivere onestamente, tuttavia, che in questi giorni mi assale un dubbio. Ma perché non partire dall’impianto di proposta elettorale elaborata a suo tempo dal senatore Roberto Ruffilli e per questo tragicamente morto per mano delle Brigate Rosse? Dopotutto quello era un testo coerente con la Costituzione dei padri e capace di salvaguardare pluralismo e governabilità dicendo prima del voto agli elettori con chi si facevano le alleanze e chi avrebbe governato.

E’ proprio impossibile come soluzione? 

Roberto Molinari

Segretario Cittadino PD

Varese 

6 ottobre 2011
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