Economia

Ipsos-Univa, Varese è il pennone della nave Italia

Il presidente Brugnoli alla presentazione della ricerca Ipsos

Cosa pensi del territorio in cui vivi? Se ponete la domanda ai residenti della provincia di Varese otterrete riflessioni come queste: “La nostra è una zona che produce e si caratterizza per il senso del lavoro”. “Nonostante la crisi non mancano né case, né soldi, per ora”. “Chi stava peggio di noi varesini adesso sta malissimo, noi almeno abbiamo un passato florido”. Che sarebbe un po’ come dire: “La crisi si è sentita meno rispetto ad altri territori: agli occhi di altre realtà siamo ricchi”. C’è, però, chi sostiene che: “Non ci si rende conto che la ricchezza può finire, bisognerebbe aver paura”. Altro punto di vista è quello di chi pensa che “il Varesotto non andrebbe avanti senza industria… andrebbero tutti a lavorare a Milano, Varese sarebbe una città dormitorio”. L’obiezione di risposta: “Non ci sono solo gli industriali!” Anche perché “tante industrie hanno delocalizzato e diminuisce la quantità di manodopera”.

Sono idee e affermazioni raccolte dall’istituto di ricerche di mercato Ipsos che per conto dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese ha sondato gli umori della “gente” del Varesotto attraverso lo studio “L’industria manifatturiera nel territorio varesino tra benessere e identità”. Cosa pensano i varesini e i varesotti delle loro città e della loro provincia? Che idea hanno dell’industria che li circonda? Cosa si aspettano dal proprio futuro? Cosa pensano delle prospettive di crescita del sistema manifatturiero? Queste le domande poste a studenti, neolaureati, casalinghe, professionisti, insegnanti, operai, impiegati e sacerdoti sia attraverso interviste telefoniche a campione, sia attraverso focus group mirati.

Risultato: la gente del Varesotto sta bene, ma prevede di stare peggio in futuro e, soprattutto, stava molto meglio qualche anno fa. Vedere in questa sintesi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto dipende dalle inclinazioni ottimistiche o meno di ciascuno. Stando ai numeri nudi e crudi, però, mentre in generale il 58% degli intervistati non è contento di come vadano le cose in Italia, allo stesso tempo il 69% si dice soddisfatto della qualità della vita nel proprio territorio, contro il 20% di insoddisfazione.

I varesini hanno, dunque, una certezza: difficilmente vivrebbero meglio in altre parti d’Italia. L’erba del vicino, per chi sta in provincia di Varese, non è più verde. Anzi. “La bellezza geografica” per i più, “l’efficienza dei servizi” per molti, talvolta “l’orgoglio per i successi sportivi”, ma soprattutto l’essere parte di una sistema economico efficiente alimentano un forte senso di appartenenza al territorio: “Siamo gente che si dà da fare”, “C’è una provincialità sana, in cui c’è ancora la voglia di stare insieme perché le dimensioni non sono eccessive, ma vivibili”.

Fin qui la fotografia del presente. Perché se lo sguardo dal contingente passa ad un’analisi dell’andamento negli ultimi anni della qualità della vita i numeri cambiano. Solo il 19% dei residenti in provincia dice di stare meglio oggi rispetto a ieri. A dominare, con una quota del 49%,  è chi pensa ad un trend negativo.

Da una parte, dunque, la percezione positiva del presente: “Siamo una provincia che produce e che si caratterizza per il senso del lavoro”, “C’è l’Insubria a Varese e la Liuc a Castellanza, non è da tutti avere due università in provincia, con Milano così vicina che fa concorrenza”. Dall’altra, però, la paura di una trasformazione in peggio: “Si sta bene solo economicamente”, “Le industrie stanno riducendo il personale da decenni”, “C’erano industrie, ristoranti, hanno chiuso tutti per mancanza di infrastrutture”. E poi la sensazione di vivere tra gente che “pensa solo a se stessa, senza calore umano”, “gente troppo dedita al lavoro, poco cordiale”, “poca vita mondana”. Queste alcune delle frasi pronunciate durante le interviste svolte all’interno dei focus group.

Ma è soprattutto sulla percezione delle imprese manifatturiere che l’Unione Industriali si è voluta concentrare. Cosa pensa la gente di noi, si sono chiesti gli imprenditori. Risposta: oltre il 90% del campione ritiene che la provincia di Varese oggi non possa fare a meno dell’industria. E se la domanda è rivolta al futuro, la quota di chi ritiene indispensabile il mondo della fabbrica anche tra vent’anni è, pur in calo, sempre alta: 75%. La visione dell’industria tra i varesini è più che altro positiva: “Non c’è tanto inquinamento, essendo industrie leggere i danni al territorio sono moderati”. Nemmeno l’impatto ambientale, spesso visto nell’immaginario collettivo nazionale come uno degli svantaggi di essere una realtà industriale, offusca l’immagine del sistema manifatturiero tra i varesini. Anzi, “la questione ambientale – spiegano gli esperti di Ipsos nell’analizzare l’indagine – emerge più come svantaggio teorico che come problema effettivo” e viene percepita più che altro in relazione all’intenso traffico veicolare.

La realtà è che una provincia di Varese senza industria fa paura: “Senza industria manifatturiera la ricchezza sarebbe zero, impossibile riconvertire la forza lavoro in altri settori”, “Ci sarebbe meno benessere”, “Il commercio funziona solo se funziona l’industria”. Sentimenti diffusi, che si concentrano soprattutto intorno a Gallarate e Busto Arsizio. Un po’ diversa la visione nel Nord del Varesotto: “Qui l’industria non si può espandere più di tanto, la geografia non lo consente”.

L’immagine evocativa dell’industria è connotata  da valenze positive: rimanda a concetti di modernizzazione, creatività, ricerca, specializzazione, contrapposti all’idea di “catena di montaggio” e capannoni. Eppure quelle stesse persone che vedono nelle imprese manifatturiere un elemento fondamentale per la crescita del territorio, non manderebbero i propri figli a lavorarci. Luoghi dalla bassa crescita professionale, poca mobilità, un più alto rischio di perdere il posto. È questa la visione della gente sul lavoro nell’industria. A meno che la prospettiva non sia quella di esserne a capo. Nel 49% dei casi è stata rilevata una vocazione a mettersi in proprio. Nel 22% dei casi facendo l’imprenditore, seguono: il bancario (19%), l’impiegato amministrativo (18%), l’impiegato pubblico (17%). Posto fisso o titolare d’impresa, dunque. E le aspirazioni dei giovani tra i 18 e i 34 anni non sono molto diverse. “Entrerei nell’industria solo come dirigente, l’industria è triste, ci lavorerei solo per soldi”. D’altronde i consigli dei genitori indicano la strada: “Mio padre mi dice di studiare e di non finire a fare l’operaio come lui”. Ma non tutto il lavoro nell’industria è visto negativamente. Il 40% dei ragazzi varesini ne riconosce le maggiori occasioni di crescita professionale per i non laureati, se il confronto viene fatto con il mondo occupazionale del commercio (31%) o dei servizi (20%).

Ma quanto le persone conoscono realmente l’industria manifatturiera di oggi? Non diversamente da quanto accade nel resto del Paese, tutti sono a conoscenza dell’importanza dei settori di cui si sente più spesso parlare: del tessile-abbigliamento, del metalmeccanico, dell’aerospazio. Ma pochi hanno la stessa percezione capillare della presenza dell’industria farmaceutica, della plastica, del comparto trainante della macchine utensili. La fotografia è un po’ stereotipata e rimanda, almeno per la realtà varesina, ad immagini del passato che risentono di una certa staticità. All’epoca dei cumenda in stile Giovanni Borghi. Il presente, nei giovani, è fatto più di sensazioni che di conoscenza effettiva del processo produttivo nella sua interezza e complessità. Sensazioni che, però, fanno dire al varesino: “La mia zona è l’ultima che andrebbe a picco, se l’Italia è la nave, la provincia di Varese è sul pennone”. Il problema, però, è ora capire come Varese possa riconfermarsi anche nei prossimi anni una delle realtà trainanti dell’economia nazionale.

21 settembre 2011
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