Varese

Battarino: il bravo magistrato? Questione di “mood”

Il magistrato-scrittore Giuseppe Battarino

Una riflessione che non perdona svarioni, eccessive semplificazioni, errori, imprecisioni della casta dei giallisti, più quelli televisivi che i romanzieri. Anzi, più che una riflessione, un intervento con una punta d’indignazione, quello che pronuncia Giuseppe Battarino, magistrato-scrittore-giallista, oggi impegnato a Paola (Cosenza), ed ospite ieri sera della Festa Democratica alla Schiranna di Varese. Un ritorno assai gradito, dato che per ascoltare l’ex gip di Varese si è riempito rapidamente il tendone dei dibattiti. A moderare l’incontro Luisa Oprandi. Tante inesattezze si possono, al limite, perdonare ad “grandi maestri” come Simenon e Camilleri, dice Battarino, certamente non alle fiction tv.

La presenza di Battarino in casa Pd non si limita ai gialli e ai romanzi, soprattutto il suo ultimo volume “Le inutili precauzioni” (Todaro edizioni). Sono forti, nelle parole del magistrato, le impressioni del nuovo incarico in quella terra ad alta densità di ‘ndrangheta. Una terra che presenta analogie e differenze rispetto a Varese. “Quando al mattino vado in ufficio, trovo tutti i miei colleghi al lavoro, che sono ancora al lavoro quando me ne vado, alla sera”. Contro gli stereotipi e i preconcetti, Battarino, soprattutto quando sono fatti propri da un ministro come Brunetta.

Il rispetto del regole è uno dei temi forti dell’intervento del magistrato, un tema che rigurda il lavoro di magistrato, ma anche la scrittura romanzesca. “E’ bello incontrare, dentro un giallo, un personaggio che, rispettando le regole, riesce a sbrogliare la matassa e ad individuare un colpevole”. Ma non dimentica neppure, Battarino, che resta fondamentale anche la questione dell’organizzazione, sul fronte-giustizia. “Non vanno bene gli sfalci generali, deve essere rispettato un adeguato rapporto tra territorio e dimensione dell’organizzazione di un’istituzione. Un ragionamento che vale anche per l’abolizione delle province. Su questo sono d’accordo con Civati”.

Infine la figura del magistrato, non un eroe, ma un funzionario dello Stato che fa fino in fondo il suo dovere. “Il magistrato non può mai essere sopra le righe, e non vive in un mondo di frutta candita, ma deve essere radicato sul territorio, conoscere il ‘mood’ del luogo in cui si trova ad operare”. Una conoscenza capillare e profonda, che lui sta maturando giorno dopo giorno. “O ci riesci, o cambi mestiere”, dice tranciante. E poi aggiunge: “Sarebbe il caso di non occuparsi solo di Milano, Roma, Napoli, ma anche di Paola, dove c’è un mio collega, Pierpaolo, che lavorando dieci ore al giorno sta demolendo una colonna di pratiche di giustizia civile”.

Così chiude il suo intervento, il magistrato-scrittore. Accolto con simpatia da tutti. In cambio lui parla chiaro e senza pregiudizi. E ricorda, in chiusura, che è stato un immigrato italiano di seconda generazione, Joe Petrosino, a dare, come poliziotto, un colpo di grazia alla criminalità. Tanto per ribadire che, anche per quanto riguarda l’immigrazione, lui non ci sta alle semplificazioni e ai luoghi comuni.

25 luglio 2011
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