Canton Ticino

Un confuso bric à brac mostra di Man Ray a Lugano

Dalì e Man Ray

Mentre un pullman che passa in strada pubblicizza il Lac, grande centro culturale di cui si parla da anni ma che ancora non apre, entriamo al Museo d’Arte a Lugano per la mostra “Man Ray”, che si può vedere ancora, fino al 19 giugno, a Villa Malpensata. Una grande vetrina per l’opera di un grande inclassificabile del Novecento, un percorso sfaccettato che qui viene rivisitato grazie a più di 200 opere, in larga parte provenienti dalla Fondazione Marconi di Milano, dove peraltro è da poco in corso un’altra mostra dedicata alle immagini che il fotografo dedicò ad una delle sue muse, Juliet Browner (“The Fifty Faces of Juliet”).

Ma torniamo a Lugano. Disposta su tre piani del museo, la rassegna deve illustrare l’opera di una personalità geniale, che si è spesa, nel corso della vita, su infiniti versanti creativi. E subito ci si accorge di un’anomalia, che non sfugge a chi frequenta mostre abitualmente: nonostante la nostra ricerca, non appare il nome di alcun curatore. Un paradosso, considerato che una mostra è sempre una selezione di opere disposte secondo un qualche criterio. Ci ha messo mano un curatore fisico? O è stata realizzata dal fantomatico Lac, come appare per la mostra su Wenders a Villa Ciani?

Iniziamo a conoscere l’autore, pur disturbati da una chiassosa visita guidata, da una parte interessante e poco conosciuta: i quadri che Man Ray dipinse grosso modo all’epoca del primo conflitto mondiale, una serie di opere incerte, in cui Man Ray è alla ricerca di un proprio linguaggio. Ci spingiamo oltre, e iniziano a sfilare le immagini fotografiche, gli oggetti, le sculture, gli strumenti di lavoro, come la piccola macchina fotografica presentata all’ultimo piano.

Dalla donna col turbante dai fianchi di violoncello alle perline che, sul pallido volto di una modella, alludono alle lacrime, fino agli scatti dedicati alle celebri Muse come Kiki de Montparnasse, Lee Miller, Nusch Eluard e Juliet Browner, la mostra non ignora il mito di Man Ray. Tuttavia non è chiaro il progetto complessivo, e la scelta di proporre l’immenso materiale manrayano con scansioni cronologiche (anni della formazione, periodo parigini, Parigi e Hollywood, Parigi) tiene fino ad un certo punto, mescolato a sale che sono dedicate a contenuti e a temi più specifici, che finiscono per confondere il visitatore. Per non parlare del fatto che, su alcuni passaggi fondamentali, come il rapporto con l’avanguardia storica, la mostra fugge veloce ed elusiva.

Appare insomma incerto il criterio di scelta adottato a Lugano, e dunque l’impressione finale è quella di un confuso bric à brac della genialità, di una confusa vetrina della sperimentazione, di un caleidoscopio un po’ nebbioso sul Novecento.

11 giugno 2011
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