Lettere

Ricordiamo i senza nome

Son passati pochi giorni e nessuno si ricorda più di loro. Erano in 600, partiti dalla Libia con tanta speranza di una vita migliore e invece sono morti quasi tutti.  Avevano abbandonato le loro terre perché c’è la fame che uccide i loro bambini, come la malaria, l’AIDS, il morbillo, l’encefalite letargica. Dove il tracoma fa diventare ciechi … Dove le armi, questi oggetti di ferro forgiati per la morte, e non per la pace, sparano follemente.

Avevano abbandonato la savana dov’erano nati. Avevano abbandonato la terra riarsa, dove avevano visto la luce. Avevano abbandonato la foresta perché gliela stanno distruggendo. Avevano abbandonato la loro terra feconda, dove gli altri, gli ex coloni, coltivavano i frutti dei loro campi, ma non permettono loro di nutrirsene. Avevano lasciato la loro terra, diventata inospitale per loro, che non offriva loro più vita.

Avevano attraversato il deserto in mezzo a tanti stenti, rischiando la vita ad ogni passo, viaggiando su mezzi di fortuna, camminando su piste torride dove si muore di sete… Ed erano giunti sulle spiagge del mare, che attraversato, avrebbe permesso d’arrivare nelle terre sognate. Ma anche qui avevano trovato nuovo dolore: uomini malvagi che a caro prezzo li hanno caricati sul barcone della morte. Erano troppi, ma non avevano scelta. Non avevano salvagente, ma non avevano scelta. Avevano solo rischi, ma non avevano scelta. Derubati degli ultimi risparmi, ma non avevano scelta. Alle loro spalle urlavano gli aerei in picchiata, boati di cannoni, sparavano le mitragliere, sibilavano i razzi e non avevano scelta.

Volevano arrivare in una terra, dove speravano che avrebbero potuto vivere lontano dalla guerra, lontano dalla miseria, lontano dalle malattie, lontano dalla fame. Era stato detto loro che in questa terra si vive con molta facilità. Dove è possibile lavorare ottenendo la giusta mercede. Dove ci sono spettacoli i cui si distribuiscono soldi sorridendo a tutti. Dove è facile muoversi su auto lussuose. Dove facilmente compri quello che vuoi, come dicono le televisioni viste al loro paese. Questo loro sapevano delle nuove terre e non sapevano ch’era tutto falso. Ma invece sono stati fermati dalla criminalità di quelli che s’erano detti loro fratelli facendoli salire su questa barca di morte, che in un attimo si è rovesciata. E si sono trovati in mezzo alle onde mortali, che li hanno sommersi, mancando loro i minimi mezzi di salvezza. A loro non era stato nemmeno fornito un povero pezzo di legno cui aggrapparsi, nemmeno quattro sugheri legati con una corda, che avrebbe loro permesso di sopravvivere nella battaglia con l’acqua, nemmeno una vecchia camera d’aria. L’acqua inesorabile li ha ingoiati. Le loro mani spasmodicamente invano hanno cercato un aggrappo di salvezza mentre l’acqua penetrava nelle loro gole, togliendo l’ossigeno ai loro polmoni. Pochi centimetri sopra la loro testa c’era la vita con tutti i loro sogni, i loro desideri, ma non potevano più raggiungerla. Pochi annaspi dolorosi, contratti, convulsi e poi la morte ha raggiunto le loro membra dolenti. La morte se li è portati via lontani dalle loro savane, dalle loro terre luminose, ma riarse, dalle loro foreste che stanno scomparendo, dove madri nulla sanno e ancora sperano. La morte li ha portati via e con loro i loro figli che non potranno più nascere, mentre i già nati resteranno soli, abbandonati, esposti senza difesa, alle insidie della vita e dei troppi fratelli che non sanno amare. E sono già stati dimenticati senza nemmeno una preghiera per loro.

Emilio Corbetta

Consigliere Comunale PD

21 maggio 2011
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