Varese

San Vittore, il pallone non brucia, brucicchia, brucia

Un momento del corteo storico che percorre Corso Matteotti

Grande corteo storico, con figuranti, tamburi e sbandieratori, per celebrare la festa del patrono di Varese, San Vittore Martire. Un corteo partito dai Giardini Estensi, con ampie soste lungo il percorso, soprattutto in via Sacco e in piazza Monte Grappa, per consentire agli Sbandieratori di Fenegrò (Como) di esibirsi tra due ali di folla attenta e incuriosita.

All’arrivo in piazza San Vittore, ancora una breve esibizione degli Sbandieratori nel giardinetto all’italiana, realizzato proprio in vista di questa ricorrenza, e poi tutti hanno fatto il loro ingresso per la funzione solenne che avrebbe dovuto presiedere monsignor Emilio Patriarca, vescovo varesino in Zambia, ma ciò non è potuto accadere, come ha spiegato all’inizio della messa il prevosto, monsignor Gilberto Donnini, in quanto per un malore il vescovo è stato ricoverato in ospedale appena giunto a Varese.

Una celebrazione religiosa molto lunga e ricca di riti che affondano le loro radici in secoli lontanissimi. A partire dal Rito del Faro, un pallone situato in mezzo alla chiesa al quale viene dato fuoco dal sacerdote che celebra la messa. Un’antica tradizione che segnala, a seconda di come brucia il pallone, se l’anno sarà sereno e positivo oppure no. Quest’anno il pallone in basilica si è acceso con molta fatica: è stato acceso da monsignor Donnini, ha iniziato a prendere fuoco, poi sembrava starsi per spegnere, poi ha finito per prendere fuoco lentamente, quasi controvoglia. Un fatto che ha attirato lo sguardo di tutti: e chissà quali pensieri sono balenati nella mente dei candidati sindaco presenti alla cerimonia.

Un altro rito di grande interesse la consegna dei ceri, che evoca quando la comunità offriva alla basilica i ceri utili per tutto l’anno. Una rappresentanza della Famiglia Bosina ha portato al sacerdote i ceri e poi la regiù Felicita Sottocasa Barlocci ha acceso il proprio cero con la fiamma di quello pasquale e poi ha acceso tutti i ceri portati dai rioni. Un antico rito suggestivo, seguito con particolare interesse da tutti i presenti.

Al momento dell’omelia, il prevosto monsignor Gilberto Donnini ha lanciato un messaggio agli amministratori della città. “Il volto della città è fatto di strade e di piazze, che ricordano l’importanza di incontrarsi e di sentirsi parte attiva nella vita pubblica. Il volto della città è fatta di case, ricordandoci che ogni famiglia ha diritto ad una  casa dignitosa, anche se spesso ciò non avviene, per i costi elevati, e molte case restano vuote. Il volto della città è fatto anche di teatri e di musei, luoghi che si parlano della cultura. Ma non dobbiamo dimenticare quei luoghi grazie ai quali la cultura raggiumge tanti, come oratori, associazioni di volontariato”. Come ha ricordato il prevosto, “la città è veramente bella se presenta un volto accogliente e generoso”.

Al termine della celebrazione, il corteo con le autorità ha ripreso il suo cammino per dirigersi verso piazza Repubblica, dove è stata allestita una grande tensostruttura, letteralmente presa d’assalto dai varesini per consumare il pranzo. Accanto al tendone, una mega-brace sulla quale cuocevano bistecche e altre delizie curate dall’Accademia della Costina di Coarezza.

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8 maggio 2011
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