Varese

Stefano Clerici, i “camerati” e l’assassinio di Ramelli

Da sinistra, Alemanno, Cosentino e Clerici

Sconcertante come la memoria degli anni Settanta possa essere viva ancora oggi, anche tra chi non ha vissuto direttamente quella stagione drammatica. E’ il caso di Stefano Clerici, consigliere uscente Pdl a Varese, oltre che presidente provinciale Giovane Italia-Movimento Giovanile del Popolo della Libertà, che evoca la lontana vicenda dello studente missino Sergio Ramelli, vittima di un agguato (Clerici è nato sette anni dopo i fatti ai quali si riferisce). E lo fa partendo da un fatto di cronaca che si è verificato recentemente a Milano.

Clerici dichiara che “in un Paese dai mille problemi, in una Provincia con un livello di consumo di stupefacenti tra i più alti d’Italia, in un territorio con livelli di immigrazione elevatissimi, assistiamo all’accanimento delle forze di Polizia nei confronti di quattro appassionati militanti della Giovane Italia, movimento giovanile del Popolo della Libertà, rei di aver affisso uno striscione in ricordo di un ragazzo assassinato 36 anni fa da Avanguardia Operaia”.

Priosegue Clerici: “Esito della nottata? Denuncia per “apologia di fascismo” (?!) a carico di quattro innocui ragazzi che ricordavano uno di loro – continua Clerici -: lo ricordavano in modo discreto, come facciamo ogni anno da 36 anni, affiggendo dei manifesti, srotolando uno striscione, camminando in silenzio per le vie di Milano fino a quella casa in via Amadeo dove la mamma di Sergio Ramelli, come sempre, ci aspetta per abbracciarci, come fossimo tutti un po’ figli suoi”.

A questo punto Clerici utilizza una parola, “camerata”, che evoca una precisa collocazione ideologica e politica, tanto più se utilizzato sullo sfondo degli avvenimenti anni Settanta. “Non vi è nulla dell’apologia di Fascismo nel ricordare un fratello, un camerata – dice Clerici -. Ebbene sì, tra di noi ci chiamiamo ancora camerati, crediamo nella comunità, facciamo politica per passione e tendiamo a non dimenticarci di chi ha sacrificato la sua vita a 18 anni per non essersi omologato, per aver scritto un tema sulle brigate rosse, perchè militante del Fronte della Gioventù”.

Conclude Clerici. “Dopo quei tragici fatti c’è stata la condanna a tutti gli assassini. Tutte ovviamente brave persone: tutti studenti di medicina, tutti di famiglie borghesi, tutti soltanto “ribelli”. Sono ragazzi, in fondo. Poverini, non sapevano quello che facevano…Certo, uno studente di Medicina come faceva a sapere l’effetto di una Hazet 36 calata con forza ripetutamente sulla testa di un ragazzo? Ora sono tutti fuori, Brave persone, medici, professionisti con famiglia e figli. Nessun rancore, per carità, hanno in parte pagato e risponderanno ancora del male che hanno fatto, ma di fronte a Dio. Non chiediamo vendetta, ma lasciateci ricordare in pace, come diceva una canzone, “senza scomodare i morti, ma che almeno i nostri figli non conoscano quei torti””.

Una presa di posizione, quella di Stefano Clerici, che sembra accreditare un’anima “di lotta” in un partito totalmente “di governo” come il Pdl. Appare, la dichiarazione del consigliere comunale di centrodestra, come un segnale inviato ad un elettorato giovanile, di destra radicale, che si identifica con difficoltà con il partito berlusconiano e la sua natura aziendalista, più alla ricerca di radici e tradizioni comunitarie, del tutto assenti nel profilo culturale di Berlusconi. Un elettorato che magari si sente più attratto da un arcipelago di sigle e movimenti lontani dalla destra nella quale milita anche Clerici. Resta il fatto che la memoria entra prepotentemente nella campagna elettorale.

1 maggio 2011
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