Luvinate

In scena la tragedia all’epoca di Salò. A Luvonrock

Un momento dello spettacolo

Dopo il successo dell’anno scorso, anche quest’anno il Luvonrock propone il teatro. Uno spettacolo da non perdere davvero è quello che sarà proposto, nell’ambito della kermesse, sabato 30 aprile, alle ore 21, presso l’oratorio di Luvinate (ingresso dalla Piazza della Chiesa).

Reduce dal grande successo ottenuto al Teatro Arsenale di Milano, sarà proposto lo spettacolo “Giusti e giustiziati: ovvero eraclidi”. Una pièce tratta da una tragedia di Euripide, che è stata riadattata dal regista e attore William G. Costabile Cisco, docente, regista e anche protagonista della popolare tramissione di Gerry Scotti “Chi vuol essere milionario?”.

Lo spettacolo è portato in scena dalla compagnia di giovani attori “Teatri Della Psyché”. Il testo messo in scena parte dal mito greco per raccontare in chiave moderna il periodo finale della Seconda Guerra Mondiale; male e bene si scontreranno sul palco e nelle coscienze per trasmettere l’idea di pace e libertà che si trovano esattamente agli antipodi della guerra.

Ecco la trama. Primavera 1945: la guerra sta per finire, ma non per chi la combatte. Sui monti lombardi si consuma il dramma di una famiglia di sole donne, orfane della loro guida, che decidono di affidarsi a un capo partigiano per trovare protezione; i tedeschi tengono il fiato sul collo ai gerarchi della zona, che in preda a una disorientata isteria perseguitano le donne.

La situazione però si ribalta nel momento in cui Macaria, figlia minore, decide di offrirsi come esca per un’imboscata ai fascisti: le donne ritrovano la loro forza, e riescono a prendere in mano la situazione, riuscendo senza l’aiuto di nessuno, a catturare il capo dei fascisti della zona. Ma “fare giustizia” sarà il modo migliore per “essere giusti”?

Da una delle meno conosciute tragedie di Euripide arriva una profondissima riflessione sul senso di giustizia, sulla tremenda condizione perennemente in bilico dei perseguitati. Il testo, breve e intensissimo, si costruisce in tre scene di crescente tensione, fino alla quarta, ambientata in un non-luogo, una dimensione di coscienza in cui si confrontano l’anziana delle rifugiate – una sorta di creatura onnisciente a metà tra Vita e Morte – e il gerarca, disilluso e consapevole, quanto logorato dal suo stesso ruolo.

Il finale è prevedibile storicamente quanto moralmente inatteso, le maschere cadono tutte: non esiste nessun buono, non esiste nessun cattivo; esiste soltanto l’eco di una voce sconcertata che cerca di parlare alle nostre sonnolenti coscienze, mentre già il mondo freddo e borghese dei vincitori e dei vinti irrompe sulla scena.

27 aprile 2011
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