Varese

Liberazione! Cosa accadde in quei giorni a Varese

Ore concitate, avvenimenti febbrili, a pochi istanti dalla Liberazione. Anche Varese, città a pochi chilometri dal confine, vive le ultime ore della Resistenza con un susseguirsi frenetico di eventi. Come racconta lo storico varesino Franco Giannantoni, da anni impegnato in un volume proprio sulle ultime ore della “notte di Salò” (che uscirà con il titolo “Varese, 25 aprile 1945. Il sangue e la rossa primavera”), “gli ultimi giorni sono stati come l’8 settembre per gli ebrei, ma capovolto”. Come, infatti, furono migliaia gli ebrei che si affollarono per passare il confine dopo l’8 settembre, così avvenne nelle ore della Liberazione. “Arrivò qui un esercito raffazzonato di generali, gerarchi, personale al seguito, spie, diplomatici, un variegato popolo di uomini e donne in fuga, che arrivò a Varese nella speranza di espatriare. Ma così non fu: la Svizzera aveva già chiuso il confine ai fascisti”.

Il giorno prima della Liberazione, il 24 aprile, di sera, a Villa Recalcati, i tedeschi firmano l’atto di resa ufficiale. Presenti Anton Lebherz, il comandante della piazza di Varese, un insegnante, una persona mansueta, che aveva trattato la resa con don Luigi Locatelli, e Paolino Della Bella, capo della Provincia, bustocco, combattente in Grecia ed Albania. A rappresentare il Cln, invece, Camillo Lucchina, socialdemocratico (nome di battaglia “Sant’Antonio”), e l’avvocato Maurizio Belloni, liberale, presidente del Cvl.

Nelle stesse ore, il Cln tratta la resa con i fascisti italiani.   Presenti Taborelli (per il Cln), Della Bella (per la Prefettura) e il questore Luigi Duca. Ma è a Villa Montalbano, la dimora di Carlo e Franco Aletti, presenti i vertici di Cln e Cvl, che accade la cosa principale: viene eletto il primo potere post-fascista di Varese. Un atto fondamentale, che concretizza, nelle istituzioni, l’avvenuta Liberazione. Primo sindaco di Varese dopo il fascismo, è una figura mitica: Enrico Bonfanti, 44 anni, operaio alla Conciaria di Valle Olona, un uomo dal passato eroico, prima combattente nelle Brigate internazionali contro il franchismo e poi anni durissimi di confino sull’isola di Ponza. Prefetto viene designato un avvocato bustocco, il democristiano Carlo Tosi. Questore, invece, è il comunista Mario Monicelli.

E’ il parroco di Casbeno, don Ubaldo Mosca, a fotografare il momento in maniera esemplare, nel “Liber Chronicus”. E a prefigurare anche qualche pagina oscura di quei giorni: “La gioia per la Liberazione è indescrivibile. Campane, fuochi, colpi di mortaretto si susseguono con un crescendo impressionante. Purtroppo ci sono vittime tra i prepotenti di ieri, divenuti accusati di oggi”. Si arrendono subito, senza colpo ferire, Prefettura e Questura. Anche Villa Triste, presieduta dall’Upi-Gnr, cade senza resistenza: l’aguzzino Gianbattista Triulzi era già scappato, poi riuscì a trovare un ricovero in un istituto religioso del Piemonte.

Ma è del 26 aprile un episodio, l’unico, di resistenza delle camicie nere e avviene alla Scuola Morandi, dove si rifugia la Compagnia Arezzo della 36° Brigata Nera, intitolata “Don Emilio Spinelli” e comandata da Renato Zambon. Attacco concentrico delle Brigate 121° Walter Marcobi, 148° Matteotti e della brigata cattolica “Bruno Passerini”. Sempre il 26 aprile viene bloccato in un appartamento di via Staurenghi Savorgnan, colui che ha messo a morte i fratelli Cervi e per arrestarlo arrivano proprio i partigiani delle Officine Reggiane (viene portato in carcere a Varese). Altri partigiani veronesi vanno ad arrestare, presso la Clinica La Quiete, Pietro Cosmin, che ha organizzato la fucilazione di Galeazzo Ciano, ma interviene il fisiologo e radiologo Emilio Pisoni, che lo salva per le sue compromesse condizioni di salute (morirà infatti il 5 maggio).

E’ il momento in cui iniziano le fucilazioni per strada. E il campo di Masnago si trasforma in un campo di internamento con oltre 600 detenuti. Intanto, il 28 aprile, alle ore 8, si riunisce per la prima volta a Villa Bonelli (all’inizio di via Monviso, un luogo in cui furono torturati diversi partigiani)  il Tribunale del Popolo, che alla fine comminerà la pena di morte ad una quindicina di persone: esecuzioni nei due luoghi-simbolo delle Bettole (dove stati fucilati tre esponenti della Lazzarini) e,  nel pomeriggio, a Loreto, sopra Capolago, dove è caduto Walter Marcobi.

“Un atteggiamento, quello del Tribunale del Popolo – spiega Giannantoni – assolutamente equilibrato e regolare. Dopo quelle fucilazioni, però, gli uomini della Resistenza non sono stati più in grado di tenere sotto controllo la situazione, soprattutto nei confronti delle bande che salivano dal Milanese”. Difficile fare una valutazione, ma al di fuori dagli atti dei tribunali ufficiali, potrebbe essere stato un centinaio il numero dei fascisti giustiziati sul territorio varesino. Pagine oscure, che riguardano i giorni successivi alla Liberazione e che continuano ancora per parecchio tempo.

25 aprile 2011
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi