Economia

Liuc, per le nuove tecnologie Italia dopo la Tunisia

Stefano Quintarelli

I numeri, più di mille parole o esempi. Secondo il World Economic Forum l’Italia, in termini di Information Technology, si piazza al 51° posto su 138 Paesi al mondo. Davanti a noi, per esempio, il podio formato da Svezia, Singapore, Finlandia. Ma anche Cipro, Tunisia, Mauritius, Cile, Cina, Portogallo, Bahrain, Slovenia, Barbados. Un ranking dal risultato inclemente. Un esempio, quello che emerge da “The Global Information Technology Report 2010-2011”, che fa capire il ritardo digitale italiano e citato quest’oggi da Stefano Quintarelli (imprenditore, scrittore, giornalista esperto di impatti economici e sociali dell’innovazione tecnologica e neo Direttore dell’Area Digital del Gruppo “Il Sole 24 Ore”) durante il suo intervento all’Università Carlo Cattaneo – LIUC.

L’occasione: l’Assemblea congiunta dei Gruppi merceologici “Terziario Avanzato”, “Servizi Infrastrutturali e Trasporti”, “Legno” e attività “Varie” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Settori che, all’interno della compagine associativa, contano 258 imprese per un totale di 13.447 addetti. È di fronte agli imprenditori di questi comparti e ai Presidenti di Gruppo Rinaldo Corti (Terziario Avanzato), Luca Vignati (Servizi Infrastrutturali e Trasporti), Agostino Molina (Varie) e Massimo Bianchi (Legno) che Stefano Quintarelli ha voluto lanciare un messaggio: “Il modello di sviluppo del nostro Paese è fermo ad una fotografia economica da anni Sessanta. All’Italia occorre invece una strategia digitale”. Un obiettivo che si è posta di raggiungere l’iniziativa “Agenda Digitale” di cui Stefano Quintarelli è uno dei promotori e che di recente ha avuto l’appoggio anche di Confindustria. Stefano Quintarelli non si sottrae alle domande.

Come si legge nel sito “Agenda Digitale” il XXI è il secolo digitale. E per l’Italia? Siamo ancora al secolo scorso o abbiamo qualche asset tecnologico su cui possiamo dirci più forti di altri?

La nostra forza – risponde Quintarelli – è rappresentata dai giovani. I nostri ragazzi reagiscono alle nuove tecnologie con un utilizzo che li rende mediamente più bravi dei loro coetanei stranieri. Siamo invece indietro per ciò che concerne l’approccio delle generazioni più avanti con gli anni e questo, in un Paese come il nostro con un basso ricambio generazionale all’interno delle imprese, comporta un gap proprio nel sistema delle aziende.

Se dalle strategie di politica economica si possono comprendere i modelli di sviluppo di un Paese, guardando all’Italia secondo lei qual è la direzione verso su cui si sta incamminando il nostro sistema economico-produttivo?

Per capirlo basta guardare alle telecomunicazioni. Mentre nei Pesi europei di più recente adesione all’Ue ci si sta indirizzando verso un processo di forte liberalizzazione, l’Italia è alle prese con un decreto che per l’installazione in casa o in azienda di un semplice Access Point per collegarsi a una rete wireless richiede l’intervento di un installatore iscritto ad apposito albo, pena multe molto salate. La realtà è che non abbiamo una strategia coordinata. Andiamo avanti con provvedimenti presi sulla spinta prima di una lobby e poi di un’altra. Ma così si tratta di una guerriglia di retroguardia.

Corea del Sud, Giappone, Germania e Stati Uniti si sono dotati di un programma digitale. Come possiamo recuperare terreno nei loro confronti?

Dobbiamo ripensare il nostro modello di sviluppo. Occorre un piano strategico del Paese, un’Agenda Digitale, che ci faccia uscire da una visione ancora ferma a quella degli anni ’60. La maggior parte della nostra classe dirigente sa benissimo quale possa essere l’impatto sul sistema economico di un piano casa che preveda aumenti di cubatura, ma solo pochi hanno piena coscienza di quale potrebbe essere il ruolo di Facebook sullo sviluppo del commercio. È questo un nostro grande gap. È anche per questo che i giovani ingegneri italiani vanno a lavorare in Germania.

Ma cosa vuol dire concretamente dotare oggi il Paese di un’Agenda Digitale?

Faccio solo due esempi. Si potrebbe prevedere un allegato alla Finanziaria che preveda un piano di ammodernamento tecnologico del Paese. La seconda mossa potrebbe essere quella di costituire all’interno della Bicamerale una Commissione che studi e coordini lo sviluppo digitale italiano. Proprio per colmare quel gap di cui soffriamo sul fronte del coordinamento delle nostre politiche in ambito High Tech. È una soluzione che ha adottato in Russia il Cremlino, perché non potremmo farlo anche noi?

Quali possono essere i benefici che può trarre il sistema manifatturiero da una vera e propria strategia digitale per il Paese? Facile capire quelli che ne deriverebbero per le attività legate al Terziario Avanzato? Ma le imprese di mondi prettamente tradizionali come quelli del legno o dei trasporti che interesse hanno?

Oggi la capacità di spostare e trasportare bit ha la stessa importanza della capacità infrastrutturale legata al movimento di merci e persone. Ne va della nostra stessa produttività. Dotare il Paese di banda larga, ad esempio, vuol dire permettere ai 5 milioni di italiani che oggi lavorano nelle aziende usando Internet di fare le stesse cose ad una velocità superiore. Se di fronte al computer passo il 10% del mio tempo in attesa, una banda larga, che accelera di 10 volte i processi, mi fa guadagnare di colpo 9 in produttività. I Paesi Scandinavi che si sono dotati di una strategia digitale hanno capito le potenzialità di questi numeri. Ed è anche per questo che, per esempio, Ikea conquista i nostri mercati: perché è un’azienda altamente informatizzata.

18 aprile 2011
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