Varese

Storie di donne alle Acli. Protagoniste ogni giorno

Un momento del confronto alle Acli

Maria, Mebrat, Zhou, Nokheme, Fatia e altre ancora. Nomi di donne che parlano di storie, a volte dure, a volte a lieto fine. Storie che si sono intrecciate, nel pomeriggio, presso le Acli di Varese, in occasione di un incontro dal titolo “Voci al femminile”. Non riflessioni teoriche ma storie di vita, di secolari abitudini messe in discussione, di nolstalgie per patrie abbandonate per necessità, di progetti per il futuro in un Paese, l’Italia, che nonostante tutto resta ospitale.

Poche parole, iniziali, per richiamare il senso dell’iniziativa, da parte della dinamica Nadia Cucchi delle Acli, e poi via al racconto di vite che, spesso, partono da situazioni durissime, ma si mostrano capaci di raggiungere traguardi importanti con la forza della volontà. A moderare il confronto, con spunti e provocazioni, la giornalista Adriana Morlacchi, che ha impostato il confronto come un dialogo “che parte da una comune condizione femminile”.

Tante donne, tanti punti di partenza. Maria viene dall’Ucraina, e accetta la sua condizione di immigrata perchè questo consente di pagare gli studi ai figli universitari. Una permenenza in Italia “a termine”, in attesa di ritornare nel Paese d’origine. E nel frattempo la vogli di esprimere la sua creatività con un’attività artistica. Dal Marocco arriva, invece, Fatia, che è orgogliosa di mostrare alle altre donne presenti vesti e monili, trucchi e calzature originarie del suo Paese.

Davvero drammatica e commuovente la vicenda dell’eritrea Mebrat, che la Morlacchi presenta come una donna che ha scelto di restare single. “Sì, perchè tutti i miei traguardi li ho raggiunti con il sudore della fronte e il lavoro delle mie mani”, dice la ragazza. Che racconta di venire da una situazione di povertà estrema. “Avete presente quei bambini che si vedono in tv quasi senza pelle, con le ossa in primo piano? Ecco, io ero una di loro”. Poi la scelta di uscire da quell’incubo e di venire in Italia, lei orfana con sei fratelli da custodire. “Anche se non ho mai avuto figli dal ventre, ho avuto figli nel cuore, i miei fratelli”. Una ragazza piena d’energia, che ha messo in piedi un vero e proprio atelier di moda etnica. “La mia è stata una sfida: realizzare vestiti tradizionali con meno di cento euro, mentre quelli tradizionali costano diverse migliaia di euro”.

Pragmatica e simpatica la ragazza cinese, Zhou. Grande lavoratrice, non conosce né domeniche né feste comandate. “Quale il tuo sogno nel cassetto?”, le domanda la giornalista. “Un’attività economica tutta mia, un bar o un bel ristorante. Un sogno per cui risparmio da diversi anni”.

Tanti gli spunti del confronto: lavoro, famiglia, amore, tradizione. E poi tanti ottimi cibi portati dalle donne presenti, almeno una cinquantina. Ma tra i tanti temi esce anche quello, inevitabile, dell’integrazione. E lo solleva, parlando della sua vita, la marocchina Fatia. Lei racconta di avere due figli maschi, che quando tornano in Marocco dopo pochi giorni vorrebbero tornare in Italia. “Quando ci sono stati i Mondiali di calcio – racconta – sono stati i primi a mettere il tricolore al balcone nel nostro palazzo”. E’ felice di potere vivere in Italia e fare studiare i figli. Anche la ragazza eritrea dice, ad un certo punto: “Sono italiana”. Tra amore, famiglia, lavoro, i nuovi italiani si presentano. Sarebbe giusto ricordarsene, almeno qualche volta.

13 marzo 2011
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