Gallarate

Al Popolo Marco Baliani, irresistibile affabulatore

L'autore ed attore Marco Baliani a Gallarate

Un’opera non terminata e interminabile, che può svilupparsi in mille modi, che può imboccare strade diverse, che invita ad attingere possibili sviluppi da esperienze personali. A chiusura del festival di Gallarate, “Filosofarti”, iniziativa promossa dal Teatro delle Arti e dalla Fondazione culturale diretta da Adriano Gallina, un Marco Baliani d’annata, con il suo “Tracce” da Ernst Bloch, si è presentato sul palco del Teatro del Popolo. Una lunga conversazione all’apparenza incoerente, felice di perdersi in sentieri laterali, pronta ad accumulare storie, capace di tornare con un colpo d’ala al punto di partenza. Seduto sul palco, Baliani racconta e, raccontando, tiene presenti solo due punti di riferimento: lo stupore e l’incantamento. Due piccoli paletti che presto vengono sommersi dalla sua fluente capacità affabulatoria.

Non tutto Baliani è quello di “Tracce”, uno spettacolo leggero ed anarchico. In altri casi ha proposto storie, vicende di uomini e di cose, appuntamenti con la storia collettiva, aperture sui problemi del Sud del mondo. Lo spettacolo portato a Gallarate è però emblematico di un teatro più disarticolato, che lavora sul rimosso di noi occidentali, come dice Baliani ad un certo punto su “ciò che è indicibile”. Il riferimento è a tutto quel subastrato culturale che è stato sepolto e dimenticato dalla ragione, ma che continua a riemergere e a destabilizzare le certezze della nostra vita. Un mondo rimosso che riemerge nel mito omerico di Odisseo e delle sirene, ritorna nelle fiabe terrorizzanti raccontate di notte dalla nonna, insidia la cultura popolare di racconti come “Giuanin senza paüra”, acquista gambe e braccia tra i folli e gli scemi del paese.

A questa parte sommersa e rimossa Baliani dà voce nello spettacolo, alternando sapientemente momenti comici ad occasioni di densa riflessione filosofica. E questo in una messa in scena scarna, senza scenografia, senza un testo rigido. E con la possibilità di dilatare a piacimento il racconto. Come diceva Blanchot, la letteratura è un “infinito intrattenimento”. Può valere anche per questo teatro di Baliani, che però non si esaurisce in gioco raffinato, non diventa disimpegno e passatempo, ma decide di misurarsi anche con le voragini senza fondo della vita umana, come la morte. Pur senza mai perdere un umanissimo sorriso sulle labbra e la soddisfazione di ricevere applausi scroscianti.

6 marzo 2011
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