Varese

150° Unità, non va in onda la Lega del “pensiero unico”

Carlo Piatti apre il confronto

Più di una volta il dibattito organizzato dalla sezione di Varese della Lega Nord, “Unità d’Italia: luci e ombre”, e coordinato in maniera brillante dal giornalista Federico Bianchessi del quotidiano “La  Prealpina”, è spesso scivolato sul dettaglio, si è soffermato sulla elucubrazione forbita, ha ribadito maliziosamente contraddizioni e dubbi, perdendo di vista uno sguardo complessivo su un processo storico molto ampio e complesso. Un confronto non banale, a tratti pure interessante, ma è parsa sopra le righe la lunga sottolineatura che Vittorio Emanuele secondo non si sia ribattezzato Vittorio Emanuele primo al momento in cui, il 17 marzo 1861, è diventato Re d’Italia. Non solo: Re d’Italia, e non degli Italiani, e avanti, ancora, a tutta forza, a vedere in questo particolare una lontananza dalla nazione, dal Paese reale, e via dicendo, in una parola l’inconsistenza del Risorgimento, rispolverando vecchissimi motivi di vecchissime polemiche, davvero poco stimolanti ed attuali.

Tuttavia, nonostante tutto, non è stata protagonista la Lega del “pensiero unico”. Quella anti-Risorgimento a tutti i costi, quella delle grandi certezze dei dubbi zero, quella che vede Garibaldi ladro di cavalli e schiavista. In una Sala Montanari (ex Rivoli) gremita, indice del fatto che il tema interessa anche i fans di Umberto Bossi, si è registrato un ampio ventaglio di valutazioni tra i relatori. Lo stesso segretario cittadino Carlo Piatti, con buon senso ha riconosciuto quanto sangue di ragazzi del Nord è costata l’unità italiana. Tanta gente del Varesotto ha combattuto quella battaglia di libertà, a partire dai Cacciatori delle Alpi.

Al confronto non sono mancate fumature, differenze, contrasti. Il professor Giuseppe Reguzzoni ha sottolinreato come l’Italia non sia nata nel 1861, ma un millennio prima. Soprattutto, Reguzzoni ha definito l’atto iniziale che ha dato origine allo Stato italiano un “colpo di Stato legale”. E per demolire il Risorgimento, lo storico ha ricordato l’espressione del comunista italiano Antonio Gramsci: il discorso sul Risorgimento è ”chincaglieria retorica”. Secondo il professore, “ciò che ha fatto del Risorgomento una rivoluzione tradita, è stata l’assenza del federalismo”.

Diversa l’opinione dello storico Stefano Bruno Galli, per il quale i precedenti anniversari dell’Unità avevano un’idea d’Italia da lanciare, una prospettiva di futuro, elementi che oggi sono assenti. Ma ciò che Galli ha ribadito, distante anni luce da Reguzzoni, è stato il fatto che, sulla scorta della lezione di Miglio,  la nascita dello Stato unitario italiano abbia segnato l’incontro con la modernità (affermazione subito contestata da Reguzzoni) da parte del nostro Paese. Per Galli, però, “all’indipendenza (dallo straniero) non è seguita la libertà (dai piemontesi)”.

Molto suggestiva e di ampio respiro la riflessione condotta da Robertino Ghiringhelli, storico in Cattolica e componente del Comitato dei tre saggi istituito dal Comune (nonostante le ripetute sollecitazioni di Bianchessi, poco si è capito di questo comitato). Per Ghiringhelli il problema è quello dell’approccio: ricordiamoci, ha detto, che gli analfabeti allora erano un esercito e che un conto sono le élite, un conto la gente normale. Messo con i piedi per terra il dibattito, Ghiringhelli ha difeso lo Statuto albertino (che Galli aveva ridotto alla scopiazzatura della Costutuzione belga): libertà d’associazione e di movimento non esistevano prima.  Per lo storico della Cattolica, “il Risorgomento fu la vicenda di una minoranza che voleva essere maggioranza, e di una maggioranza rimasta silenziosa troppo a lungo”.

A conclusione è intervenuto lo storico Giuseppe Armocida, anche lui del Comitato come Ghiringhelli, che ha rivendicato la discontinuità segnata dalla nascita della Repubblica italiana. “Mio sento figlio di quella Italia, prima per me è preistoria”. Anzi: decisamente negativo il 1861, che oggi rivive nei suoi aspetti peggiori. “Oggi ritornano il potere dei padroni ricchi, le differenze enormi tra lavoro e capitale, il potere deòll’uomo in divisa, la gente che torna a morire”. Un intervento “sessantottino” che, forse, avrà fatto passare un brivido nella schiena a qualche leghista convinto alleato del berlusconismo.

5 marzo 2011
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