Milano

La grande epopea criminale di Milano secondo Roversi

Paolo Roversi, giornalista e scrittore, presenta il suo ultimo romanzo

Più di 400 pagine fitte, avvincenti, ricche di situazioni e personaggi, in una Milano livida e violenta, sempre più presa d’assalto da criminali senza scrupoli, amanti della bella vita, sospinti verso una deriva senza speranza. Una scrittura rapida, che punta diritta al ritratto di un’epoca e dei suoi pratogonisti, quella del giallista Paolo Roversi, che ha appena pubblicato, da Rizzoli, il suo settimo romanzo, “Milano criminale“. Nato a Suzzara (Mantova), giornalista e scrittore, è fondatore e direttore del web press “MilanoNera”. Lo abbiamo incontrato alla Fnac di Milano, in occasione della prima presentazione pubblica del nuovo romanzo.

Che cosa l’ha portata a scrivere un romanzo sulla grande epopea criminale degli anni Sessanta e Settanta?

Sono laureato in storia contemporanea, e sono sempre stato molto affascinato dal mondo descritto da un grande scrittore come Scerbanenco, uno scrittore che appare in un cammeo di questo mio ultimo libro. Erano anni eccezionali dal punto di vista criminale e poliziesco. Un periodo iniziato con la rapina di via Osoppo, con il solista del mitra Lutring, poi la banda Cavallero. Era come se il libro fosse già scritto.

Un vero romanzo, dedicato a un’epoca e ad una città? O un saggio mascherato?

No, un romanzo, benché l’abbia costruito su fatti reali. Una storia raccontata con grande attenzione alla cornice storica: i protagonisti del romanzo si muovono su uno sfondo costituito dalle lotte del movimento studentesco, dalla strage di piazza Fontana, eventi della storia d’Italia.

Quando è avvenuto il salto di qualità, in senso negativo, dalla criminalità legata alla famosa “ligera” milanese alla criminalità su vasta scala?

Il primo capitolo del mio romanzo si intitola proprio “Fine della Ligera”, una piccola criminalità che rubava per fame, una malavita guascona, priva di ogni mezzo. Il salto di qualità avviene proprio con la rapina di via Osoppo, con sette criminali che partecipano ad una rapina sincronizzata. A questo drammatico episodio segue una degenerazione, come si vede con la banda Cavallero. Fino all’entrata in scena dei grandi gruppi criminali, di mafia e camorra, c’è sempre stato un rapporto tra guardie e ladri. Diversi i ruoli, di qua i ladri, di là gli “sbirri”, ma in fondo un certo rispetto tra loro.

Ci sarà un sequel di questo romanzo?

Penso proprio di sì. In queste pagine mi sono fermato al 1972. Mi piacerebbe, invece, andare avanti e raccontare personaggi e vicende della Milano criminale fino agli anni Ottanta.

Concorda con il fatto che raccontare la criminalità possa fare dei criminali degli eroi, dei miti, come qualcuno ha detto in occasione della pellicola di Michele Placido dedicata a Vallanzasca?

Quando uscì il film “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani, a breve distanza dalla fine della banda Cavallero, nessuno fece polemiche, nessuno sollevò critiche. Nessuno di noi autori vuole incensare dei criminali, ma vuole indagare le ragioni del male.

Ma cosa pensa del film su Vallanzasca che ha originato le polemiche dei leghisti? 

Mi è piaciuto molto. Pur non essendo un milanese, il protagonista Kim Rossi Stuart è perfetto.

Lei ha fondato e dirige una rivista web, “MilanoNera”. Il web aiuta il giallo?

Per il lancio di questo romanzo, abbiamo realizzato e messo in rete un doppio trailer. Non il classico book-trailer, ma una storia raccontata in pochi minuti. Il web ci dà la possibilità di approfondire, con una modalità e tempi adeguati alla comunicazione web. Quest’ultimo rappresenta il futuro, senza dubbio, è ormai un punto di riferimento per farsi conoscere. E quindi va preso molto sul serio.

3 marzo 2011
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