Cinema

“Nella Kasbah”, Fantoni Minnella rilegge un mito

Suscita sensazioni diversificate, magari contraddittorie, l’ultimo documentario realizzato dal filmaker e critico cinematografico varesino Maurizio Fantoni Minnella, prodotto dall’associazione Free Zone, con il montaggio di Michele Saporito. “Nella Kasbah suite d’Algeri la città bianca”, questo è il titolo della pellicola, si offre ad una prima visione come una pellicola citazionista. Al suo interno si susseguono sequenze tratte da vecchie pellicole, da film “storici” come “Pépé le Moko” di Duvivier e “La battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo. Immagini lontane che ci restituiscono le due anime della “città bianca”, quella romantica, impersonata dal bandito  Jean Gabin, e quella politica e militante che infligge al pachiderma francese  una sonora sconfitta e che Gillo ci ha lasciata come eredità inestimabile.

Temo però che fermarsi a questa prima impressione non faccia giustizia dell’importante lavoro di Fantoni Minnella: è un’idea eccessivamente schematica, potrebbe addirittura risultare fuorviante. La pellicola di cui parliamo, che viene dopo  un altro lavoro del filmaker, “Caos totale”, che raccontava l’avventurosa vicenda dei pacifisti in cammino verso la Striscia di Gaza, e una piccola biografia di Ballinari, documenta  sostanzialmente un “corpo a corpo” con un luogo, che però è anche una cultura, una memoria, una prospettiva, un senso della storia. L’approccio  non è scientifico, freddo, da entomologo di uomini, quanto piuttosto un approccio viscerale, un approccio che si confonde con uno sprofondamento, una vertigine, una caduta fatta in sogno. Il regista percorre vicoli e anfratti della kasbah, ci rimanda volti e corpi, luci e ombre, voci e suoni. Lo stesso montaggio del film (con sovrapposizione di vecchie sequenze a immagini di oggi) dà l’idea di un abbraccio profondo a cui si tende ansiosamente, di una ricerca mai pacificata, di un richiamo inseguito senza tregua. 

Ma il documentario di Fantoni Minnella non si esaurisce in questo “corpo a corpo” con il cuore della grande metropoli del Mediterraneo, nella ricerca di una prossimità e di un’intimità con questo grande mito antico ed oscuro. Mostra anche un’irriducibile distanza della kasbah, che rispetto allo sguardo dell’autore e al suo obiettivo oppone una resistenza inerte e infrangibile. E’ solo apparente l’apertura dei propri spazi e della propria memoria, quasi un inganno da Fata Morgana: i muri dipinti con un bianco accecante, i volti dei bambini, la guida che si esprime in un evasivo francese, le improvvise terrazze aperte sul mare aperto, alludono a qualcosa che sta oltre, che sta dentro, che non si svela e non si esprime. E proprio in questa dialettica tra prossimità e distanza, tra lettura critica e inesprimibile, che sta la cifra più vera  e profonda di questa pellicola. Una cifra che è poi anche quella, unica possibile e non autoritaria, di qualsiasi interlocuzione rispettosa nei confronti delle culture “altre” del vasto mondo. E così il mito si trasforma in metafora, secondo la più nobile tradizione occidentale.

14 febbraio 2011
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