Economia

Fammoni (Cgil): contro la crisi più garanzie ai precari

Da sinistra, Franco Stasi e Fulvio Fammoni

La crisi non è finita, anzi. Lavoro a rischio, imprese che abbassano la saracinesca, famiglie in affanno passata la metà del mese. Problemi gravi, che pesano sul mondo dell’economia e del lavoro della provincia di Varese che sono stati al centro del Direttivo provinciale della Camera del lavoro di Varese, che si è riunito presso la Cooperativa Belforte e si è mostrata preoccupata per le prospettive poco rosee del territorio.

Così, dopo la conferenza stampa di inizio anno dell’Unione industriali di Varese, a ruota si è espressa la principale organizzazione sindacale varesina. A tirare le somme del ricco dibattito presieduto dal segretario generale Franco Stasi, è intervenuto il segretario confederale nazionale Fulvio Fammoni, che abbiamo intervistato in un intervallo del dibattito.

Come giudica l’impatto della crisi sull’economia del Nord e della nostra provincia?

Siamo di fronte ad una crisi molto grave, da non sottovalutare. Ha colpito tutti i settori con forza, ma la parte del Paese più industrializzata è stata quella più colpita. Una crisi che si rispecchia in una stasi produttiva e in un lavoro che non riparte. Ma il vero problema è il fatto che non si registrano interventi adeguati per uscire dal tunnel.

Quali sono, secondo la Cgil, le priorità per rispondere a questa crisi che non passa?

Si devono dare garanzie di tutela ai lavoratori e alle famiglie. E’ necessario dare la certezza di avere ammortizzatori sociali a coloro che perdono il lavoro. Occorre assicurare le tutele a quel vasto mondo di precari che sono privi di ogni forma di tutela. Ma al di là di queste misure urgenti, è necessario fare ripartire la produzione. E questo può accadere se si rimettono in moto i consumi interni, un fatto che affonda le radici in interventi fiscali in favore di lavoratori dipendenti e pensionati.

Il referendum Fiat e le posizioni assunte da Marchionne sono destinati a condizionare il futuro delle relazioni sindacali?

La Fiat ha posto un grande problema da un punto di vista democratico. Le persone, i lavoratori hanno diritto di scegliere e di votare, ma senza alcun condizionamento. Ma poi il caso Fiat pone un grande problema sul fronte sindacale e della rappresentanza: è la prima volta, in Italia, che un’impresa fondamentale nel Paese decide di uscire dall’organizzazione di rappresentanza industriale. E poi non dimentichiamo che si parla di condizioni di lavoro e di turni dei lavoratori, ma si ignorano i contenuti del piano di intervento della Fiat.

L’Unione industriali di Varese, in una recente conferenza stampa di inizio anno, ha ribadito l’importanza della contrattazione aziendale da affiancare al contratto nazionale che non va messo in discussione. Cosa ne pensa?

E’ l’opposto di ciò che propone Federmeccanica, che si schiera contro il contratto nazionale. E’ necessario che le organizzazioni di categoria locali facciano valere le loro posizioni a livello delle associazioni industriali nazionali.

Un ultimo pensiero sull’unità sindacale: un valore aggiunto per le organizzazioni dei lavoratori?

E’ importante e da recuperare assolutamente. Se si parla con un lavoratore, dirà che uniti si porta a casa più risultati che divisi. Tuttavia, dato che ci sono differenze tra le grandi organizzazioni di rappresentanza sindacale, vanno trovate regole che aiutino a confrontarsi e decidere insieme.

10 febbraio 2011
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