Varese

Shoah, il capo di Treblinka alla Quiete di Varese

Lapide a Biumo intitolata a Marrone

Varesini “brava gente”? Legittimo nutrire qualche dubbio a ripercorrere, a distanza di anni, le tragiche vicende della Shoah nella nostra provincia. Se si punta l’obiettivo sui tanti ebrei che proprio qui sono finiti nelle mani dei tedeschi e poi sono stati spediti nei campi di sterminio, allora sono molte le ombre che gravano su Varese e il suo territorio.

Ne parliamo con un varesino che queste cose le conosce bene,  che ha il coraggio di rivisitare quegli anni che hanno visto spregevoli collaboratori dei nazisti, ma anche fulgidi esempi di uomini e donne che hanno aiutato ebrei anche a costo della vita: il ricercatore Franco Giannantoni, che proprio sabato 29 gennaio, alle 17.30, presso Filmstudio ’90, ricostruirà la Shoah a Varese e provincia dal ’43 al ’45, e  ricorderà la grande figura del funzionario comunale Calogero Marrone, al quale, con Ibio Paolucci, ha dedicato il volume “Un eroe dimenticato” pubblicato da Arterigere.

Varesini brava gente? Tutto tedesco il fenomeno della Shoah nella nostra provincia?

Assolutamente no. Parliamo chiaro: la Shoah non avrebbe assunto queste dimensioni se non ci fosse stato il collaborazionismo italiano, assolutamente certo e documentato, un fenomeno rispetto al quale Varese non fa eccezione. Qui prefetti e questori hanno preso i registri con i nomi degli ebrei, mionuziosamente aggiornati dal ’38 al ’43, e li hanno trasferiti ai Comandi tedeschi, che hanno proceduto a sanguinose operazioni di polizia. Davvero dei “bravi scolaretti” che aiutarono i tedeschi.

Quali gli episodi salienti?

Ricordiamo che nella provincia di Varese, almeno inizialmente, la comunità ebraica aveva entiutà modeste. Erano 163 gli ebrei, una comunità integrata, fascista, che non aveva alcuna voglia di abbandonare Varese. Il problema è stato che qui hanno iniziato a confluire tutte le comunità ebraiche dell’Alta Italia che volevano passare il confine italo-svizzero. Su una massa di 5-6 mila ebrei passati in Svizzera, almeno l’80% è passato dalla nostra provincia. E chi incontrano sui confini questi ebrei in fuga? La seconda Legione Monterosa della Milizia confinaria che ha sede a Malnate, che alla testa aveva il colonnello Marcello Mereu, boccò i confini per arrestare gli ebrei. E di ebrei sul confine ne furono arrestati 170 in provincia di Varese. 

Qui la Shoah prese il volto della fuga in Svizzera e dei drammatici “respingimenti” nelle mani dei tedeschi?

Certamente sì. Se gli ebrei riuscivano a passare, pagando gli spalloni, e sperando di non essere venduti, si trovavano ad avere a che fare con un  Paese, la Svizzera, che non era pervasa da una visione solidaristica nei confronti degli ebrei. Anzi, accadde anche che quegli ebrei che erano riusciti già a passare il confine, fossero dagli svizzeri consegnati nelle mani dei tedeschi, come nel noto caso di Liliana Segre, una pagina oscena per la Svizzera e per l’Italia.

Non  mancarono dunque anche a Varese importanti episodi di collaborazionismo?

Emblematica la feroce repressione messa in atto da Luigi Duca, questore di Varese, e dai suoi fascisti repubblichini, che se la presero anche con i “misti”, cioè con gli ebrei che avevano sposato ariani. Furono arrestati da Duca personaggi come Leone Tapiero, che abitava in via Limido a Varese, Ada Provenzali, moglie del direttore del Calzaturificio di Varese, che abitava in via Piave, Clara Pirani Cardosi, arrestata a Gallarate, ebrei consegnati da Duca a Milano ad Otto Koch, e rinchiusi nel carcere di San Vittore. Senza parlare di tutti quei vecchi e quei malati che furono prelevati da case di cura ed ospedali. E qui si può raccontare un episodio che sa di incredibile.

Quale episodio?

Nel febbraio del 1944, arrivò a Varese un personaggio importante nell’ambito della Shoah: parlo di Franz Stangl, il temutissimo capo del campo di Treblinka. Gli era stato segnalato che presso la clinica La Quiete di Varese si nascondeva Paola Sonino, ebrea veneziana di 29 anni. La clinica varesina era un luogo che godeva di una sorta di extraterritorialità, dove stavano parecchi ebrei. E pensate che venne il capo di Treblinka per arrestarla di persona. La ragazza fu portata a Trieste e da lì finì nel campo di sterminio di Auschwitz. Era dunque forte la collaborazione tra tedeschi e italiani. Anche sul fronte degli amministratori dei beni degli ebrei si registrò un notevole zelo: essi denunciarono, con una contabilità feroce, le proprietà da sequestrare agli ebrei in base all’ordine di Polizia n.5 del 30 novembre ’43. 

Ci furono anche varesini che aiutarono gli ebrei?

Su questo fronte il ruolo del clero fu decisivo. Ci furono reti per salvare gli ebrei messe in piedi da esponenti del clero cattolico coraggiosi, intelligenti, capaci di organizzare iniziative di solidarietà. Una lista di queste realtà sarebbe lunghissima. Mi piace ricordare Oscar (Soccorso Cattolico Antifascisti Ricercati) portato avanti da don Aurelio Giussani e don Andrea Ghetti, e a Varese da don Franco Rimoldi, don Natale Motta e Vittorio Pastori. C’era poi la rete di don Pietro Folli, parrocchia di Voldomino, collegata al cardinale Boetto di Genova. La Casa san Giuseppe di monsignor Sonzini e madre Lina Manni. E poi c’erano i parroci di confine, don Gioacchino Brambilla (Viggiù), don Gilberto Pozzi (Clivio), don Giovanni Bolgeri (Saltrio), don Angelo Griffanti (Tradate), don Gaetano Cocquio (Tradate).

Ci furono anche laici che contribuirono a salvare ebrei. E’ così?

Senza dubbio ci furono anche laici coraggiosi, come il funzionario del Comune di Varese Calogero Marrone. O coloro che operavano a favore degli ebrei perseguitati negli ospedali del Ponte e di Circolo. E poi la rete della Fuci. Ma mi piace concludere con un personaggio quasi leggendario, il barbiere Gibilisco, al quale è stata dedicata una via a Ponte Tresa. Per le sue iniziative fu catturato il 30 aprile del ’44 e deportato a Mauthausen dove morì. Uomini spesso sconosciuti che però lottarono contro la ferocia dei nazifascisti nella nostra provincia. E’ un dovere oggi ricordarli.

27 gennaio 2011
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