Varese

Se a Varese Palazzo di giustizia entra in libreria

Il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo

E’ forte il rischio che, in attesa delle elezioni amministrative, e di qualche giro di deleghe a Palazzo Estense, anche la cultura, che a Varese non ha dato nell’ultimo anno segni di particolare vivacità, resti ancora al palo per un bel po’. E se nell’anno trascorso qualche incontro culturale era stato ospitato al Teatrino Santuccio, ora anche quella costosa struttura, tornata nelle mani del Comune, rischia di essere “declassata” a puro spazio da affittare per eventi.

Così, le librerie della città finiscono per confermarsi l’unico spazio culturale vivace a Varese, confermando che ormai è solo il privato, nel capoluogo, cultura o teatro si tratti, a fare proposte accattivanti.

Tra le prime iniziative davvero interessanti in questo nuovo anno, va segnalata quella della dinamica Libreria del Corso, in Corso Matteotti, che ospiterà incontri relativi ad opere che saranno introdotte e discusse con figure di primo piano del Palazzo di giustizia di Varese, un elemento che certamente rende questi incontri particolarmente interessanti.

Partiamo dall’appuntamento di venerdì 28 gennaio, ore 18, quando alla Libreria del Corso si parlerà dell’orrore di Pitesti, Romania comunista dell’immediato dopoguerra, dove un manipolo di prigionieri di un carcere speciale guidati da uno spietato galeotto di nome Eugen Turcanu inflisse torture sistematiche e ripetute a migliaia di oppositori al regime filosovietico instauratosi a Budapest subito dopo la seconda guerra mondiale. Una vicenda drammatica raccontata dal giornalista Dario Fertilio nel volume “Musica per lupi” (pubblicato da Marsilio). Oltre all’autore, la presentazione vedrà la presenza di Maurizio Grigo, il Procuratore capo del Tribunale di Varese, che si confronterà con il giornalista.

Anche la presentazione successiva, di venerdì 11 febbraio, alle 18, merita il massimo interesse: sempre nella cornice della Libreria del Corso, sarà presentato un volume assolutamente unico, in cui scorrono le vicende giudiziarie (e non solo)degli ultimi trent’anni di storia italiana, dal caso Tobagi alle Brigate Rosse, dal sequestro di Abu Omar fino all’attualissima vicenda della ‘ndrangheta al Nord, per concludere con l’attacco alla giustizia portato avanti dal premier e dal suo governo. A parlare di tutto ciò un grande magistrato, Armando Spataro, che ha scritto il ponderoso volume”Ne valeva la pena” (pubblicato da Laterza). A confrontarsi con il magistrato milanese alla Libreria del Corso il giudice-scrittore Giuseppe Battarino, gip del Tribunale di Varese.

23 gennaio 2011
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3 commenti a “Se a Varese Palazzo di giustizia entra in libreria

  1. Alessandro il 23 gennaio 2011, ore 19:00

    Veda Direttore, qui il problema non è la proposta culturale pubblica o privata, bensi la voglia della “casta” dei magistrati di invadere qualunque spazio nella società civile. Magistrati – scrittori, Magistrati – giornalisti, Magistrati – professori, Magistrati – politici, e chi più ne ha più ne metta.

    Ma questi signori, che pure hanno il diritto di dedicarsi ai loro hobbyes, non credete che stiano cercando un po troppo spazio sulle pagine dei vostri media, senza pensare che il loro “mestiere” dovrebbe spingerli invece ad una vità più professionalmente impegnata e consona?

    Insomma, potremmo anche pensare, ma questi il tempo per lavorare quando lo trovano?

    La cultura facciamola fare invece a chi l’ha scelta per mestiere, che forse è meglio, oppure invertiamo i ruoli e portiamo i filosofi nei tribunali, chissà che non si riesca a vivere in un mondo più giusto.

    A voi le dovute considerazioni.

    Alessandro Resteghini

  2. Giuseppe Battarino il 23 gennaio 2011, ore 23:05

    Veda, gentile Signor Resteghini, credo che le sue curiosità siano legittime, come cittadino. Intanto posso dire che l’interesse di Varesereport per gli eventi culturali citati nell’articolo non è stato da me in alcun modo sollecitato e, pur senza assumere alcuna difesa d’ufficio, che non mi compete, sono convinto neppure da Armando Spataro o da Maurizio Grigo. Non so poi se la mia vita sia “impegnata e consona” quanto Lei desidererebbe: so che (sta scritto in documenti ufficiali) da diciannove anni lavoro in media cinquanta ore la settimana, il che mi consente di emettere migliaia di provvedimenti giurisdizionali ogni anno, in termini qualitativi e quantitativi ritenuti ineccepibili in ogni confronto. Anche qui non assumo difese di altri, il cui prestigio è consolidato. Oggi, domenica, ho studiato un complesso problema giurisprudenziale che affronterò domani in ufficio; ho corretto le bozze del mio nuovo libro; ho riletto alcune pagine di Chabod e dei lavori della Costituente, per preparare un prossimo articolo destinato a una rivista culturale. La prossima settimana – dopo avere lavorato! – vorrei assistere a presentazioni di libri a Como mercoledì e a Busto Arsizio venerdì, e giovedì al cineforum di Filmstudio 90 a Varese. Peccato, però: non ho “scelto per mestiere la cultura”; seguendo questo criterio dovrei dunque rinunciare alla vita intellettuale extralavoro per dedicarmi solo al tennis, alle camminate in montagna, al buon cibo, alle serate in famiglia (cose che peraltro già faccio tutte)?
    Talvolta la realtà – delle cose, delle persone – è più complessa di quanto la immaginiamo.

  3. Bruno Belli il 24 gennaio 2011, ore 13:16

    Caro Direttore, il problema è molto più complesso e la questione dovrebbe essere psota diversamente. Quello che si evince, dall’analisi serena dei fatti è questo: due differenti librerie di Varese (Del Corso e Feltrinelli) alla stessa ora, nello stesso giorno, si “occupano” della medesima cosa. Questo non è un aspetto della cultura, ma un fattore meramente commerciale. Si gioca una partita ipocrita per vedere dove siano le maggiori presenze per “fare cassetto” più grande – o meno (dipende da chi vinca). Quindi, di là di tutti i panegirici, si tratta di una “moda” che, con la cultura reale, ben poco abbia a che fare. Il problema è che, oggi, taluni sbandierano la parola “cultura” per riempirsi la bocca con un termine, che, in fin dei conti, non hanno bene compreso quali sfaccettature comprenda. Già più di quattro anni fa, in un editoriale, sulla defunta “THEA”, pubblicata per due anni e mezzo con la mia modesta direzione, mi interrogavo su come fosse intesa la cultura da parte dei Varesini: lo intitolai “L’equivoco della cultura”. A distanza di tempo, gli eventi cittadini, pur avendolo io scongiurato, purtroppo, mi hanno dato ragione: si fa dell’ “apparenza” e dell’ apparire la sola ragione, dimenticando, sovente, la sostanza. Intanto, è solo la città che ci rimette: anche ad avere 5 o 6 appuntamenti nello stesso spazio di tempo, non significa avere colmato un vuoto che è sostanizale.

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