Lettere

Lavoro, il governo se lo dimentica

Sembra che Berlusconi e Bossi, dopo i festeggiamenti di Natale e Capodanno, abbiano finalmente stabilito l’agenda del governo per il mese di gennaio. Ancora una volta, purtroppo, il lavoro non figura propriamente tra le priorità del centrodestra. Contemporaneamente apprendiamo che il tasso di disoccupazione giovanile, rilevato a novembre, si è attestato al 28,9%, con un preoccupante aumento

di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di ben 2,4 punti rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ciò significa che Berlusconi e Bossi, impegnati dal litigio con Fini, hanno sottovalutato e stanno sottovalutando la situazione. Contano, probabilmente, sul fatto che, in Italia, i giovani generalmente non hanno figli a carico e, in molti casi, possono fare affidamento, per un periodo indefinito, sulla famiglia di origine come ammortizzatore sociale.

Se l’immobilismo del governo su un tema così delicato e decisivo per il futuro del nostro Paese è davvero diretta conseguenza di questo teorema distorto, la portata e le conseguenze sulla competitività futura del sistema Italia saranno devastanti. Siamo di fronte, infatti, ad un’intera generazione che sta entrando nel mercato del lavoro con gravi ritardi, in condizioni pessime, sia da un punto di vista economico che psicologico e motivazionale.

Giovani adulti che sono costretti ad accettare posizioni mal retribuite, poco gratificanti e poco formative. Dobbiamo essere consapevoli che recenti ricerche condotte negli Stati Uniti dall’economista di Yale Lisa Kahn, dimostrano che le generazioni le quali iniziano a lavorare in periodi di recessione restano penalizzate per tutto il resto della loro vita: carriere più lente, lavori meno gratificanti, salari significativamente inferiori persino a distanza di anni dal primo lavoro, con gap retributivi rispetto alle generazioni più fortunate che toccano punte del 25%.

Secondo questi studi, i giovani che devono fare i conti con un ingresso nel mondo del lavoro più difficile sviluppano anche una maggiore avversione al rischio che si portano dietro per tutta la loro carriera, diffidenza nel cambiare lavoro (che è invece uno degli strumenti migliori per progredire e guadagnare di più), minori ambizioni.

Tutto ciò, naturalmente, soprattutto nei Paesi occidentali come l’Italia in cui l’invecchiamento costante della popolazione e il peso crescente di pensioni, assistenza sociale e sanità, richiedono notoriamente una forza lavoro sempre più dinamica, produttiva, capace di generare innovazioni e redditi più alti, nel lungo periodo, comporta pesanti costi per la collettività.

Più oggi si svalutano le carriere dei giovani, le loro competenze, i loro salari e le loro motivazioni, e meno essi saranno capaci di contribuire alla crescita del Paese, mettendo quindi a rischio un equilibrio sociale ed economico che, per effetto della globalizzazione, è già abbastanza fragile.

Fino a quando, in Italia, potremo permetterci di escludere e non valorizzare adeguatamente i giovani? Fino a quando li costringeremo ad emigrare all’estero per essere assunti semplicemente sulla base del loro curriculum, senza agganci e raccomandazioni, e per non diventare stagisti a vita?

Il confronto tra l’Italia che continua a trattare il tema della disoccupazione giovanile come una mera «questione generazionale» e altri Paesi che hanno incominciato ad affrontarlo come vera e propria questione nazionale sta diventando sempre più impietoso.

Fabrizio Mirabelli

Consigliere comunale PD

7 gennaio 2011
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