Lettere

In margine alla morte del clochard

Appena udita la notizia alla radio della morte di Mario, il primo pensiero è stato “ancora una sconfitta delle nostre istituzioni”, perché si, quando muore una persona in questo modo, solo, abbandonato, presumibilmente vittima del freddo, mi vien da pensare così. E’ troppo facile sparare questi giudizi! Mi può essere obiettato. E’ vero, prima di dire bisogna prendere in considerazione molti fattori;

 prima di tutto non è facile avvicinare certe persone, certi caratteri, certi modi di pensare.

Tutti noi sappiamo che i rapporti interumani possono essere semplicissimi, ma possono essere molto complicati per via dei modi diversi d’affrontare la realtà, delle credenze, dei timori innati, delle timidezze, delle abitudini, dei precedenti di vita e delle patologie di cui si è portatori più o meno inconsci.

Questi pensieri mi vennero anche quando anni fa mori un certo Bronzi, ex ospite dell’Ospedale Psichiatrico, che era stato chiuso in quei tempi. Lui era anche stato percosso da ignoti. Ma queste morti di emarginati avvengono con una certa frequenza e mostrano un lato drammatico della società umana.

Si dice comunemente che sempre si muore da soli. Ma morire senza alcun tentativo da parte di qualcuno che cerchi di alleviare in qualche modo le tue sofferenze è drammatico, è triste, è alienante.

Ma perché la nostra civiltà ha questi limiti? Perché non si riesce ad elevare certi livelli? I progressi della scienza dove sono? Ci sono solo per quelli che possono permetterseli? Ma quei poveretti non sono integrati, si potrebbe obiettare! E’ vero: molti esseri umani non sono integrati, non sono uguali agli altri, non la pensano come la maggioranza, ma questo non giustifica il loro abbandono, non giustifica che vengano lasciati a se stessi. La nostra società purtroppo non sa, dopo secoli, elaborare la realtà di queste persone che in definitiva possono apparire come la sconfitta dei politici, dei religiosi, dei sociologi, dei medici, degli economisti, dei filosofi, in sostanza di tutti noi, incapaci di capire l’uomo nella sua molteplice realtà, chiusi nell’egoismo di noi stessi ed anche incapaci di elaborare soluzioni valide, forse perché richiedono troppa buona volontà.

Purtroppo i fondi necessari per realizzare strutture ed aiuti in campo sociale si stanno spaventosamente restringendo per scelte politiche e chi non resta personalmente coinvolto non si accorge del drammatico problema.

Siamo fortunati per l’attività di volontari, commoventi per il loro operato e per la loro generosità, ma il loro impegno statisticamente diventa non molto rilevabile a causa della vastità delle necessita e poi le problematiche non possono essere risolte solo da questa risorsa.

Emilio Corbetta

21 dicembre 2010
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