Varese

Fabio Scotto in un reading da poeta-chansonnier

Un momento del reading al Santuccio

Una lettura convincente, non mangiata dall’ansia o dalla fretta, non intaccata da enfasi o da cattivo uso dell’amplificazione, leggera e, a tratti, giustamente indolente, svogliata, nostalgica. Partiamo da un dettaglio, solo apparente, per parlare del reading proposto ieri sera dal poeta Fabio Scotto al Teatrino Santuccio, dal titolo “In corpo di voce”, con accompagnamento “live” di Elliot Kingsley Kaye, penultimo appuntamento della rassegna “Poesiaincittà”. E partiamo con un paradosso: se i versi di Scotto fossero robaccia, fossero rimasticatura di cose altrui, fossero un orrore (sono tutte ipotetiche, sia ben chiaro), tuttavia già ci sarebbe una cosa rara e preziosa: ieri sera abbiamo visto – cosa più unica che rara – un poeta che sa leggere i suoi versi. Scotto, in altre parole, smentisce una regola aurea di cui si ha, purtroppo, frequente conferma: chi legge testi non li abbia scritti, chi scrive testi non li legga. 

Oltre ad una sapiente lettura, Scotto ieri sera ci ha regalato una poesia di altissimo livello. Una poetica, la sua, costruita su un prezioso telaio di esperienze poetiche europee, soprattutto francesi, ma con inserti, memorie di luoghi e situazioni, personalissimi. Pure noi, che seguiamo Scotto da anni, forse da sempre, abbiamo potuto degustare con piacere versi vivi, esito di un lungo percorso di decantazione, di una solitudine (poetica) esibita quasi con orgoglio. E senza quella spocchia così di moda, in questa Italia (si spera ancora per poco) berlusconiana, di quelli che teorizzano che i frammenti di un discorso amoroso siano inconcliabili con una profonda passione civile. Scotto smentisce queste fesserie. Capace di dolci e lente panoramiche pagine, di lucori erotici, di lacerti generazionali (propri dei giovani ”luterani”, come dice il poeta in alcuni suoi versi), ma anche dell’orrore provato davanti ai “boia odierni” e alle tragedie di un mondo apparentemente lontano come quello dei “soldati bambini”.

Forse ad ascoltare il reading di Scotto qualche accademico o qualche poeta laureato avrebbe storto il naso. La scelta di Scotto è stata decisamente a favore di una contaminazione gioiosa e ironica, certo autorizzata da un’ottima produzione poetica. Il poeta e traduttore e professore a Bergamo si è infatti lasciato andare ad intonare uno stupendo Paolo Conte, quello di “Vieni via con me”, più altre alate canzoncine firmate da lui stesso. Qualcuno avrebbe storto il naso. No, noi no. Ci limitiamo ad applaudire un poeta vero, ben sapendo che ne nascono pochi con questi scuri di luna.

11 dicembre 2010
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