Varese

Benedetti, il poeta metallaro sconcerta a “Poesiaincittà”

Viviana Faschi e Mario Benedetti

Esseri davvero strani, i poeti. I poeti veri, intendiamoci. Capaci di estrarre, all’improvviso, da loro cilindro magico, fatto di parole e sogni, il coniglio bianco della sorpresa, del riferimento spiazzante, della considerazione eccentrica e stravagante. E’ accaduto a “Poesiaincittà”, rassegna inventata da Rita Clivio e Marcello Castellano in collaborazione con l’associazione culturale “Il Vellone”, che si è tenuta al Teatrino Santuccio. Puntata, quella di ieri sera, dedicata al poeta udinese Mario Benedetti, lungo percorso di opere e presenze in eventi culturali di garanzia assoluta. Un autore che è stato presentato e “provocato” dalla poetessa varesina Viviana Faschi, che sul tozzo palco del Santuccio ha curato la regia del difficile dialogo con Benedetti.

Il pubblico presente nel Teatrino ha seguito, con grande attenzione, le parole introduttive della Faschi, che si è lanciata in raffinate considerazioni sulla “dimensione sorgiva” della poesia dell’autore, sul suo “passo funambolico”, sulla essenzialità di alcuni ritorni tematici in opere molto diverse. A questo punto, il pubblico si è trovato al cospetto di una vera e propria “opera al nero” raccontata dall’autore, che si è sviluppata per circa un’ora, ed è stata inframmezzata da alcune domande (inascoltate) poste dalla giovane Faschi.

Morte, “scomparsa del mondo e della vita stessa”, “sentimento inaridito”, una riflessione interminabile sul tema del “reliquiario”, simbolo della sopravvivenza della vita dopo la morte, suicidio, solitudine ricercata e così via. Il poeta Benedetti, si è subito capito, non è un “piacione”, di quegli scrittori o poeti che, in tv, ammiccano al pubblico che in pantofole segue distratto sul divano sfondato. Con ostinata determinazione nichilistica, e accorta strategia comunicativa, Benedetti si è raccontato accentuando, con flebile voce, la sua cupa visione oscillante tra morte e illusione della vita, sotto l’egida stellare di Leopardi, uno dei classici più citati, insieme a Celan, grande poeta morto suicida a Parigi, e Michelstaedter, profondo intellettuale goriziano che pensò di farla finita con un colpo di rivoltella. Un ragionamento che faceva sorgere, in rapida successione, nei presenti, sentimenti quali: lo sconcerto, la curiosità, la noia, l’angoscia, il rischio di regressioni nell’infanzia.  

Un cielo plumbeo e claustrofobico che, però, si è improvvisamente squarciato. Prima un’aggressiva domanda sull’antologia curata da Benedetti relativa alle scrittrici-blogger, messaggi letterari in Rete pirotecnici e veloci, e poi, soprattutto, una più cordiale domanda del poeta Riccardo Tranquillini sui gusti musicali, e tutto è cambiato. Si è così rivelato al pubblico un poeta amante del rock e, in particolare, scatenato fan dell’Heavy Metal più hard, quello che pompa forte nelle casse. E da quel momento in avanti è stato tutto un elogio dei Deep Purple, dei Genesis, ma soprattutto degli Iron Maiden del mitico Steve Harris. “Sonorità violente, ritmo binario, potenza interessante”, diceva Benedetti ad una Faschi divertita e ad un pubblico incredulo. Eppure la poesia è un po’ così, come ci ha ricordato l’incontro di ieri sera: svela cose che “voi umani non potreste neppure immaginarvi”.

7 novembre 2010
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Un commento a “Benedetti, il poeta metallaro sconcerta a “Poesiaincittà”

  1. oldrini romano il 7 novembre 2010, ore 12:46

    finalmente un poeta fuori dagli schemi classici consegnatici dalla scuola. Rock, rock, ancora rock.

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