Milano

In scena “Milano Ictus”. Quando la parola può salvare

Un momento dello spettacolo

Il 29 ottobre si è celebrata, abbastanza in sordina, la Giornata mondiale della prevenzione dell’ictus, patologia del nostro secolo schizzato, completamente sconosciuta alla metà degli Italiani, secondo l’autorevole Censis. La sua riabilitazione è stata ritratta ieri sera al Teatro Filodrammatici di Milano per la prima volta con “MilanoIctus” di Dome Bulfaro, regia di Enrico Roveris, in maniera originale ed originaria, proprio come ricostruzione della parola sulle rovine del simbolo del potere.

Il battesimo della scena iniziale e finale è l’attesa “redenzione” di una storia umana di “successioni” (ed occupazioni) milanesi in musica. Vicende affidate al canto del muazzim come a quello gregoriano del benedettino (per voce di Pierobon), ma anche all’oratura di un sublime Marelli le cui storie stornellate ripercorrono le “successioni” fino al tempo di Berlusconi. Ed, infine, le circostanze del crollo sono rivelate dal ritmo contaminato e contaminante dei Danno Compound (dieci batterie, dirette da Varotto) che da Gallarate hanno portato dentro il Filodrammatici gli Einstürzende Neubauten (che già negli anni Novanta hanno fatto franare molti “canoni”) come le cadenze latine, quanto le misure tribali, fino ai quotidiani sonanti, scossi anch’essi.

Un vero ictus multiculturale e multidisciplinare, da abitare sulla nostra pelle, senza alcuna altra parola se non quella della poesia di Dome Bulfaro: una “parolarovina” risolutrice e riabilitante. E Bulfaro non è uno che “se la fa e se la canta da solo”, è il poeta contemporaneo del dono e del dialogo “collettivo” anche nel profetizzare il cedimento delle finte sicurezze indotte e delle costruzioni che ci hanno disegnato nell’animo per limitarci in una stanzialità non propria del genere nomade, quello umano. Ci vuole, quindi, un colpo, un accento metrico: “Arriva. Prima o poi arriva. L’elemento che innesca il canone inverso.”

E’ scatenante la condizione che i versi di Bulfaro cantano, come può solo la voce e mente di un vero performer contemporaneo del fare. Un ritmo incessate ed innarrestabile che fa il conto su dieci batterie, un cantastorie, una voce sola e l’irrinunciabile performer. “Sass tuscoss”, proprio con le parole del Borgomanero: “Ecco el Domm/ L’è tutt de sass!/ Sass de foeura e sass de dent/ sass in alt e sass in bass/ sass i vòlt e el paviment/ sass i gùli, i scal, i scoss…/ Sass, insomma, sass tuscoss!”. Sass che crollano, sass che rappresentano noi, piccoli esseri umani guardati dall’alto dai piccioni che ridono delle nostre cagionevoli abitudini: “gusci di uomo sparsi sui marciapiedi… sfollati della disgregazione… si vive nella camera percossa… c’è una crepa tra i capelli e il cielo…”

Noi che siamo “il becco da cui sfuggiamo, riconfigurati dalla tensione della voce”, raccontati come Milanesi che si mascherano tra ritmi diversi, ma armonici, che il primario Ambrogio (Bulfaro) ed un cantastorie (Marelli) raccontano dopo il crollo del Duomo, a cui sopravvive solo un albero monumentale, l’albero degli stracci, il candelabro trivulzio, l’unico sopravvissuto del simbolo internazionale, El Domm.

Dome riabilita il linguaggio ischemico, il cantastorie lo traduce per noi volgari “gusci di uomo”. In un’esibizione tragica della patologia diffusa e fonte di PIL. Non ci lascia con la bocca storta questa rivoluzionaria rappresentazione del mondo senza parole, quello dei Martinitt e dei Colombitt “Ictus come Duomo, da Duomo a uomo, che fa dialogare anche i sass. Ictus quando al poeta tagli la lingua”. Perché “i piccioni la vita la san cavare anche dai sass”. Perché Ictus è la ballata di Mediolanum, del crollo di quell’impero, l’ultimo in successione: “…la storia al posto di Pinelli, la televisione al posto della II Repubblica, Berlusconi al posto del Duomo…”. Ictus come recupero riabilitativo di una nuova rinascente. Lo stesso “ictus bulfariano” che in una chiesetta della nostra provincia qualche anno fa, venne tacciato come eretico da chi la poesia la fa per cantarsela e non per cantare il nostro spirito nuovo e non vano.

Non si può non conoscere cosa sia la patologia umana più invasiva e debilitante, la perdita della parola. Non si può perdere questo “MilanoIctus” nelle sue ultime due repliche del 30 e 31 ottobre in quel piccolo tempietto della sperimentazione che ha costruito Corrado Accordino, il primo garante di questo spettacolo, prodotto da Mille Gru con il sostegno di Arbor. Non si può arrestare questo scroscio di applausi che Dome Bulfaro genera insieme ai suoi compagni di viaggio. Perché ci ha riconsegnato il vero significato della speranza: la riabilitazione umana attraverso la parola ed il suo ritmo primordiale.

30 ottobre 2010
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