Milano

Crolla il Duomo di Dome. “Milano Ictus” in scena

Il poeta e performer Dome Bulfaro

Ictus come colpo. Ictus come accento ritmico di un verso, di un passo che segna un cammino. Forse proprio quello originario. Lo spettacolo “Milano Ictus”, in scena al Filodrammatici di Milano da venerdì 29 a domenica 31 ottobre, attraversa la metropoli, colpita da un trauma ischemico, che riabilita il suo linguaggio e sentimento popolare. Uno spettacolo poetico di e con Dome Bulfaro, regia di Enrico Roveris, che è non solo originale ma originario: unisce le culture, le arti, le discipline, il sentimento popolare.

Il crollo del Duomo, cuore e simbolo della città, è l’agente che scatena un recupero dello spirito originario di Milano, rintracciabile in tutta la sua storia dalla fondazione ai giorni nostri. Ambrogio Colombo, Primario d’Ospedale, travolto dal crollo, e un cantastorie della vecchia Milano, sono testimoni del tragico evento.

E’ musica modellata sul ritmico verso di Dome Bulfaro quella di “Milano Ictus”, che attinge dalla storia universale e da quella personale: del poeta e dei musicisti Lorenzo Pierobon (canto armonico), Massimiliano Varotto (con l’ensemble Danno Compound e 10 batterie) ed il cantastorie milanese Francesco Marelli.

Come la poetica di Dome Bulfaro è giunta “all’accento ritmico” di Milano Ictus? “La mia poetica è maturata contemporaneamente alla mia idea di poeta nella e per la società che ognuno di noi è chiamato a formare – precisa il performer -. Credo che il poeta performer sia colui che più d’ogni altro possa e debba restituire il ruolo fondamentale che la poesia ha nella nostra vita. La poesia è nel contempo un fatto intimo e sociale, è un bene primario, come l’acqua e il pane, che nutre l’anima personale-collettiva e la deve scuotere se la sua limpidità diventa indolente al creato, anestetizzata, sterile”.

Continua l’autore e interprete: “Lo spettacolo “Milano Ictus” è la mia risposta più feroce all’inerte attuale, la scossa più radicale alla vacuità di senso, ne sono convinto perché non arriva solo da una voce poetica singola(re), ma da una voce messa in comune (siamo in dodici sul palco: un poeta, una cantastorie milanese, un cantante di canto armonico e nove percussionisti), corale, una voce transpersonale che non concede tregua, non ti permette più di rimandare, demandare o delegare.”

Milano, colpita da ictus, riabilita il suo linguaggio e il suo sentimento popolare, nel tentativo di stabilire una rinnovata relazione tra lingua italiana e dialetto milanese, uomo e parola poetica, città e canto interculturale, comunità e suono universale.

27 ottobre 2010 Ombretta Diaferia redazione@varesereport.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi