Milano

Molto varesino lo “Stabat Mater” firmato Chiodi

Stefania Pepe in un momento della "prima" milanese

Non è nuovo, lo scrittore veneziano Tiziano Scarpa, a sperimentare il genere dei monologhi teatrali, e a farlo scegliendo come protagonista della piéce teatrale la giovane attrice Stefania Pepe, origini genovesi, diplomata all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Era già avvenuto con il monologo “La custode del disastro” al Litta di Milano e, ieri sera, è tornato ad accadere con “Stabat Mater” al Filodrammatici. Un monologo che lo scrittore ha tratto dal romanzo omonimo che ha vinto lo Strega 2009 tra mille polemiche sullo strapotere della Mondadori.

Molto varesina la riduzione teatrale del romanzo di Scarpa, che ieri sera è andata in scena al Filodrammatici di Milano in prima nazionale, alla quale erano presenti diversi spettatori provenienti dalla città giardino, come Marcello Vitella e la giornalista Nicoletta Romano: a curare la regia dello spettacolo è stato infatti il varesino Andrea Chiodi, che aveva già lavorato insieme alla Pepe nello spettacolo-monstre “Sogno di una notte di mezza estate”, allestito ai Giardini Estensi di Varese in occasione di una (non memorabile) Notte Bianca, e di cui Chiodi aveva curato la regia. La parte musicale di “Stabat Mater” porta invece la firma del varesino Ferdinando Baroffio, così come la produzione dello spettacolo è farina dell’Associazione Re.Te.-sviluppo Residenze Teatrali varesine, una realtà legata alla società Consel.

Lo “Stabat Mater” visto ieri sera al Filodrammatici di Milano è uno spettacolo minimalista, povero, creativo. Anche sul palco, come nel romanzo, con la finzione di una lettera alla madre mai conosciuta, l’orfana sedicenne Cecilia racconta la sua vita. Abbandonata nell’Ospedale della Pietà di Venezia, la fanciulla rivela una stupefacente capacità di suonare il violino in chiesa, dove è protetta da una grata che sottrae lei e le compagne agli sguardi curiosi e forse malevoli dei fedeli. Una vita grigia e devota, fino a quando compare all’orizzonte un giovane insegnante di violino e maestro compositore dal naso grosso e dai capelli colore del rame, Antonio Vivaldi, che cambierà la vita di Cecilia.

Buio e silenzio dominano la piéce diretta da Chiodi. Il monologo interpretato da Stefania Pepe si svolge in una scena buia, tagliata da improvvise sciabolate di luce che modellano lo spazio, in un allestimento che evoca atmosfere  caravaggesche. Pochi rumori, qualche voce, brevi intermezzi di violino suonato dal vivo non  annullano il silenzio di fondo che circonda il racconto dell’orfana. Quasi al termine della lettera alla madre, un “pastiche” di musica vivaldiana irrompe in scena, a segnalare per contrasto una  soluzione di continuità nella messa in scena e nella vita della ragazza che ha conosciuto il Prete rosso.

Ben scelto il minimalismo dell’allestimento, un tavolo con una panca, un telo in fondo alla scena, tutta l’attenzione rivolta alle parole. Gli stessi movimenti dell’attrice sono a servizio del racconto della protagonista, che Stefania Pepe impersona oscillando tra nostalgia, solitudine, impulsi erotici, con un invidiabile ventaglio di registri. Una bella regia, che al termine dello spettacolo, con la protagonista che, finalmente illuminata, si dirige verso una nuova vita, fa cadere dall’alto, sul palco, i fogli delle lettere spedite da Cecilia alla madre. Siamo a Milano e viene spontaneo pensare ad un omaggio di Chiodi ad un maestro come Strehler, che proprio qui ai Filodrammatici muoveva i primi passi e che chiudeva il suo mitico “Giardino” cechoviano con un’emozionante caduta delle foglie sul palco (e in platea). Chissà. Comunque vale la pena vedere questo “Stabat Mater”, che verrà riproposto l’11 ottobre al Teatro Sociale di Luino, nell’ambito del Premio Chiara.

6 ottobre 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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