Cinema

L’Urlo della poesia di Ginsberg risuona tra noi

Ho visto le migliori menti della mia generazione/ distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,/ trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”. Da “URLO” di Allen Ginsberg (traduzione Fernanda Pivano)

Qualche mese fa, campeggiavano sui muri della Stazione Nord di Varese proprio questi versi, l’incipit della poesia URLO che Allen Ginsberg dedicava a Carl Solomon, “…col quale ha diviso fra i denti e gli escrementi di questa vita qualcosa che non può venir descritta se non nelle parole che egli ha usato…” . William Carlos Williams così introduce il poema che il padre della Beat Generation lesse pubblicamente, elettrizzando gli uditori, nel 1956 a San Francisco. Venerdì 27 agosto 2010 Fandango ha fatto uscire in Italia URLO, un film dedicato alla poesia più che al poeta.

A Varese, come accadde per Bright Star il film della Campion sui versi di Keats, la programmazione del film prodotto dal geniale Gus Van Sant è stata limitata (ora viene proposto al Cinema Teatro Nuovo di Varese). Queste due pellicole non hanno in comune solo la scarsa visibilità (ma contiamo sempre sui cineforum d’autunno!). Sono le due prime vere pellicole che registi eccellenti presentano rivoluzionariamente scandagliando la cenerentola della letteratura, la poesia. Il film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman è un capolavoro cinematografico di due vere leggende del documentario. E non solo perché è un vero lavoro collettivo voluto da tutti coloro che hanno agito o vissuto la beat generation poetry. E’ il nuovo di cui ha bisogno la poesia (chi oggi etichetta la videoarte con videopoesia forse non l’ha ancora visto), e già la Campion aveva colto in pieno con i quadri dedicati a Keats.

Questo film è articolato ed educativamente scansito da quattro tecniche cinematografiche. Intervista, animazione, documentario e fiction si abbracciano e dialogano attraverso i versi, che chiunque vada a vedere il film ricorderà per sempre. Quasi a riproporre le quattro parti di URLO, le quattro tecniche ne ridondano la poesia impressionante, l’urlo di sconfitta che creò una prosodia spontanea pop e una letteratura classica originale, nonché una nuova generazione di uomini. E creò un “poeta, non soltanto un minestrone beat”, come lo definì nel 1964 la sua indimenticabile traduttrice e curatrice Fernanda Pivano: “Nel giugno del 1957 Laurence Ferlinghetti, poeta ed editore, fu condotto nella prigione di San Francisco. Il reato da lui commesso era quello di aver pubblicato nelle edizioni City Lights Books la raccolta di versi Howl (URLO) di Allen Ginsberg, importata dall’Inghilterra dove era stata stampata dall’editore Villiers” . A seguito dell singolare successo in California, venne sequestrato il 25 marzo 1957 perché ci si preoccupava che “potesse turbare la coscienza di quesi bambini che ne venissero casualmente a contatto”. Ferlinghetti ne ripubblicò una nuova edizione, la stampa non del tutto conformista prese posizione a favore del libro e per salvaguardare i bravi bimbi californiani fu emesso mandato di cattura per Ferlinghetti.

Una parte del film URLO (ma le quattro parti sono un continuum che si intrecciano e s’intonano sugli stessi versi) è totalmente dedicata al processo del grande Ferlinghetti (l’unico – ed ho paura a dirlo – ancora vivo tra tutti i profili delineati nella pellicola, interpretato da Andew Rogers, nella fiction), dove una delle migliori difese è affidata al professor Mark Schorer (Treat Williams nella fiction) e si riassume in “Signore, non si può tradurre la poesia in prosa: è per questo che si chiama così!”, quanto la citazione di Whitman e la fantastica presa di posizione del giudice che non accetta l’utilizzo di termini come “necessario” e “urgenza”. Il processo è un vero film nel film il cui protagonista è un editore che urla in completo silenzio, accusato di oscenità, ma assolto per non perdere la preziosa opportunità per ricordare che l’America è libera.

Il film, dunque, prende avvio dall’incontro con il grande protagonista beat (Allen nella fiction è interpretato da James Franco ed è se stesso nele parti documentarie) che si racconta in un’intervista (delizioso il colpo di scena che ne rivela l’intervistatore), dove motiva la sua assenza al processo: “non stanno processando me, ma la poesia”.

Si entra direttamente in URLO attraverso “Illuminated Poems”, animato magistralmente dall’illustratore originale Eric Drooker e musicato da Cart Burwell, un vero reading di videopoesia (i grattacieli di libri e gli editor funamboli sono solo due esempi di questa “illuminata” animazione, come il sassofono di Keruak). Quindi, il processo si rivela in tutta la sua essenza, entrando poi come in un flashback dell’intervistato nel documentario (magistrale la scelta del bianco e nero)che ripropone, entrando e uscendo osmoticamente nelle e dalle altre tre parti, quella famosa lettura di San Francisco e l’intera vita di Allen: l’’incontro con Keruak, interpretato da Todd Rotondi (“ho iniziato a scrivere poesia perché ero uno sciocco, poi mi innamorai di Jack… ho scritto Urlo per Jack), quello con Carl Solomon in manicomio e, quindi, il senso di colpa ancestrale legato alla follia materna, l’amore per Neal Cassady (John Prescott), il pop, il jazz, il suo compagno per la vita Peter Orlovskj (Aaron Tveit), le droghe e la spirale della paura. Il Moloch, i cui occhi sono finestre cieche. Ed infine la nota: quel “SANTO!”scansito ed urlato per 15 volte prima di santificare il mondo, l’anima, la pelle e “tutto è santo! Tutti sono santi! Dappertutto è santo! Tutti i giorni sono nell’eternità! Ognuno è un angelo! Il pezzente come il serafino!”

Quattro film in un film, quattro parti di una poesia per raccontare quattro prospettive: soggettiva, oggettiva, illuminata, documentata. “Siamo ciechi e viviamo la nostra vita cieca in cecità” – scriveva William Carlos Williams – “I poeti sono dannati, ma non sono chiechi”. L’URLO della poesia processa il presente assente.

29 settembre 2010 Ombretta Diaferia redazione@varesereport.it
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