Capalbio

Il giardino dei tarocchi che affascinò Botta

Il giardino dei tarocchi

“Incontrarlo è molto facile. Alla sua sinistra vedrà tanti specchi!” questa l’indicazione che mi fornisce uno dei benzinai che si stagliano sull’Aurelia, quando lo interrogo sul luogo del “Il giardino dei tarocchi” . Tra il 1979 ed il 1996 Niki de Saint Phalle ha “architettato” un monumentale gioco di bello, naturale e collettivo nello splendido scenario delle colline di Capalbio. Ne ho sentito parlare tanto negli anni e spesso ho incrociato autori che si dedicavano ai tarocchi come forma espressiva artistica: Jodorowskj, come la Genti, sono stati coinvolti da questo gioco vecchio come il mondo: “Se la vita è un gioco di carte noi nasciamo senza conoscerne le regole. Nonostante ciò siamo tutti chiamati a giocare una mano. I tarocchi sono solo un gioco o indicano una filosofia di vita?”.

Questa l’avvertenza che Niki de Saint Phalle premette a chi entra nel suo gaudiano giardino dove si succedono il Mago e la Papessa, la Ruota della Fortuna e la Forza, come tutte le restanti carte del mazzo. Ma non pensiate di entrare semplicemente in un labirinto di carte. L’artista francese (1930-2001) ha realizzato un parco dove ventidue sculture monumentali fanno mostra di sé ricoperte da mosaici di specchi, vetri e ceramiche colorate. Alcune addirittura abitabili, altre solo “interagibili”, ma tutte vera sintesi dell’incontro tra l’uomo e la natura.

“Nel 1955 andai a Barcellona e vidi per la prima volta il meraviglioso Parco Guell di Gaudì. “ – dichiarava l’artista – “Capii che mi ero imbattuta nel mio maestro e nel mio destino…. Sapevo che anche io un giorno avrei costruito il mio Giardino della Gioia.” E ventiquattro anni dopo s’imbatte nella più grande avventura della sua vita, quella nel giardino dei Caracciolo, vivendo nell’Imperatrice (“per immergermi totalmente nel luogo”), che diviene la sua casa ed il luogo d’incontro per tutti coloro che lavoravano al progetto. Un’equipe composta da Jean Tinguelly, il suo compagno-collaboratore fidato, Riccardo Menon, suo assistente personale, Doc Winsen, artista olandese, Rico Weber, Seppi Imhof, Tonino Urtis, Marco Iacotonio, Venera Finocchiaro e le sue assistenti Paola Patrizia e Gemma, Ugo e Claudio Celletti, Marcelo Zitelli, Robert Haligon e i suoi figli Gerard e Olivier, Pierre Marie Le Jeune e sua moglie Isabelle, Alan Davie, Marina Karella, Giulio Pietromarchi, Jean Gabriel Mitterand, Gian Piero Ottavi, Gigi Pegoraro e Paola Aureli.

“Il ventesimo secolo non esisteva. Lavoravamo nello stile degli antichi Egizi. Ogni pezzo di ceramica veniva modellato direttamente sulla scultura. Tutti noi condividevamo un grande entusiasmo per il giardino e siamo cresciuti insieme come una famiglia”. Così l’architettautrice racconta i lavori nel testo edito nel 1997 dalla svizzera Benteli. “Ho chiesto al mio amico l’architetto Mario Botta di creare un’entrata al giardino che facesse da contrasto con il mio lavoro. Mario ha concepito una struttura molto maschile: un muro di pietra locale simile ad una fortezza che marca chiaramente la separazione tra il mondo esterno e quello interno. Il muro simboleggia per me una protezione, come il drago nelle fiabe che protegge il tesoro”.

Ed è proprio un tesoro quello che ci è stato lasciato da Niki de Saint Phalle a Garavicchio, da scoprire: “Come in tutte le fiabe lungo il cammino della ricerca del tesoro mi sono imbattuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della Temperanza”. Niki de Saint Phalle non prevedeva che il suo giardino del bello, dell’arte esperita e meditativa sarebbe stato preso d’assalto da rumorosi villeggianti, che violano i desideri dell’architettautrice.

Ma è un tesoro di cui disponiamo “inconsci” in Italia, un vero gaudiano ricordo di quanta fatica costi l’arte, di quante difficoltà siano insite al mostrare la propria visione. Anche quando questa nasce da una profonda fede e riproponga quei ventidue Arcani Maggiori che sembrano essere i simboli pittorici attraverso cui i sacerdoti dell’antico Egitto trasmisero la propria conoscenza, affidandole anche a Mosè che le portò in Israele, spiegando così perché la cabala ebraica sia connessa alle ventidue carte dei Tarocchi (tarot-tora-rota).

Il più antico mazzo di cui si è a conoscenza è italiano, disegnato da Bonifacio Bembo nel quattrocento per la famiglia Visconti di Milano. Gli Arcani Maggiori sono incisi nella pietra all’interno del Duono di Siena risalenti al Trecento e Quattrocento (quando i capi della chiesa si interessavano ad astrologia e alchimia). La Biblioteca Nazionale di Parigi conserva ancor oggi le bellissime incisioni che li rappresentano, realizzate da Andrea Mantegna. Poi divenne un gioco popolare e perse il significato originale. Nel Settecento Antoine Court de Gébelin ne riscoperse il valore esoterico.

“I Tarocchi mi hanno aiutato a capire come tutte le difficoltà vadano affrontate una dopo l’altra per poter finalmente conquistare la pace interiore ed il giardino del Paradiso”. Niki de Saint Phalle ci ha lasciato dunque un’installazione architettonica monumentale ed eterna, non tanto per la sua durata (una Fondazione si occupa della cura di opere e giardino), quanto per il tema spirituale che lo attraversa. E’ duro meditare in mezzo a ragazzini gracchianti, ma anche il fragore delle piastrelline che cadono sotto i giochi dei bimbi dà il senso della naturale fruizione di quest’opera d’arte, come i noti “Tirs” , le azioni che coinvoglono il pubblico a far esplodere i sacchetti di colore. Saint Phalle e Tinguely, d’altronde facevano parte del gruppo dei Nuovi Realisti e parteciparono al concerto Variation II di John Cage con Robert Rauschenberg e Jasper Johns negli anni sessanta. Opere di Niki de Saint Phalle sono reperibili in tutto il mondo: New York, Parigi, Montreale (Il paradiso Fantastico per l’expo ’67), Stoccolma, Gerusalemme, Hannover, Bonn, Glasgow, Friburgo, Zurigo. Insomma, un’artista che ha lasciato la sua “impronta” e che oltre ad aver operato anche nel mondo cinematografico (Daddy è il titolo più noto degli anni settanta), vanta una fattiva collaborazione con Mario Botta.

Per chi,infatti, non ancora riesce ad identificarla con le sue Nanas forse s’illuminerà come il mago ricordando la Fontana Stravinsky accanto al Pompidou o quel magnifico progetto degli anni californiani con Mario Botta, la monumentale Arca di Noè per la citta di Gerusalemme.

La trasparenza del vetro, la riflessione degli specchi, la purezza della ceramica offrono al pubblico, solo da aprile a maggio, ma di qualsiasi età ed estrazione, un’esperienza umana prima che artistica.

Perché l’arte è una visione collettiva e tra le mille sfaccettature della vita quella da preservare è precipuamente collettiva e ambientale. Come scoprire di non essere l’unico a riflettere.

Ombretta Diaferia

8 settembre 2010
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