Lettere

E i diritti del consumatore?

Vorrei raccontare a lei ed ai suoi lettori una fiaba estiva. Una di quelle che corona un anno di duro lavoro. Quello necessario a produrre danaro da “consumare”. Molto spesso per beni non altrettanto necessari. Sempre senza alcuna tutela del consumatore. Anzi, considerando l’acquirente una mera spugna da spremere. Sabato pomeriggio primo agosto nella provincia del profondo nord, svolgo una commissione rimandata a lungo 

perché manca sempre o perché non si trova mai quello che si cerca. Mi affido ai centri commerciali perché i piccoli rivenditori sono tutti “chiusi per ferie” per cercare un ricambio, mai reperito da gennaio, da quando cioè ho acquistato un aspirapolvere, quindi non un bene di lusso, ma un prodotto che “facilita” la vita di qualsiasi persona debba pulir casa: to cercando i sacchetti di ricambio, che all’acquisto non mi sono stati forniti con la giustificazione “arriveranno settimana prossima”.

Bene, di settimane ne sono passate ben ventisette e nel medesimo grande magazzino dell’elettronica di consumo, con sede in uno dei più grandi centri commerciali della provincia del profondo nord, il ricambio non è mai arrivato.

Ma è il primo sabato d’agosto e dopo ventisette settimane trascorse a svuotare il sacchetto in dotazione con le mie leggiadre manine pur di assolvere i miei compiti, decido che è giunto il momento di risolvere il “problema”, creato esclusivamente dal venditore in questione: mi ha rifilato un prodotto che da ventisette settimane non posso usare correttamente, perché chiunque mi risponde che quei sacchetti (di cui dispongo il modello fornito dalla casa madre) non sono reperibili, indi, ordinabili, indi, acquistabili.

Ritento nuovamente: faccio il giro della provincia, ma le risposte sono sempre le stesse, finché ritorno proprio dove il “problema” è stato generato.

Riespongo il problema a chi mi aveva venduto a gennaio l’elettrodomestico, le fornisco il codice della casa madre e le chiedo di darmi una confezione di sacchetti anche non originali (visto che non esistono sul mercato, come meno di un’ora prima mi è stato nuovamente confermato dall’altra parte della provincia), le segnalo anche il modello dell’aspirapolvere.

La risposta della signorina è “ma noi non l’abbiamo mai avuto in vendita!”.

Difficile tenere la calma, pensare che quella ragazzina non abbia alternativa a procacciarsi il pane se non distribuendo bugie ai consumatori. Le chiedo di visionare il catalogo che maneggia (indubbiamente senza neppure conoscerlo) e riconosco visivamente il mio stupido aggeggio che aspira la polvere da ventisette settimane in casa mia.

Stessa risposta “noi non abbiamo mai venduto questo modello”.

La pazienza comincia a venir meno: le chiedo molto contrariata di fornirmi quei sacchetti e mi reco al banco per segnalare alla direzione il fatto (convinta di avere dei diritti come consumatore che ha acquistato un prodotto e non può usarlo correttamente a causa del venditore). Quella che mi viene presentata come direttrice mi spiega che non dispongono di ricambi originali dei prodotti che vendono perché la casa produttrice non glieli fornisce (!?) e che non è loro abitudine incrociare i “compatibili” con gli originali. Segnalo alla suddetta responsabile che sono in procinto di acquistare quella confezione per recarmi a casa e verificare tale ipotetica compatibilità con un prodotto che loro sostengono di non avermi mai venduto (e lo scontrino che ho in mano?) e le chiedo di essere rimborsata in caso contrario (non con un nuovo buono acquisto come sono soliti fare in questo grande e rutilante magazzino dell’elettronica di consumo) comunicando che mi rivolgerò all’associazione dei consumatori per fare conoscere tale “disservizio”.

La responsabile risponde piccatamente “Faccia come vuole, qui si fa così!”.

Come commerciante ho sempre agito personalmente ritenendo “prezioso” il mio cliente e rispettandolo come se avesse sempre ragione, quand’anche non ne condividessi le richieste. Certo, vendo libri, non materiali di consumo, ma senza gli acquirenti non pagherei neppure la connessione grazie alla quale invio tale denuncia.

Ma questo è solo il prologo della favola.

Infatti, dopo essermi sentita una “rompiscatole” perché esigevo un mio semplice diritto, quello di veder soddisfatto un bisogno per cui ho esborsato danaro ventisette settimane fa, giungo alla fase essenziale dell’acquisto: alla barriera dove lo scambio consumistico si concretizza, la cassiera chiede un documento per verificare che la carta di credito sia realmente di chi la utilizza (e la legge della privacy? non ho mai chiesto ad un mio cliente il suo documento d’identità: non ne ho autorità, né titolo, né diritto!).

Mio marito, incautamente e probabilmente a seguito dello stressante quarto d’ora passato per acquistare volgarissimi sacchetti per l’aspirapolvere, si “permette” di fare la battuta “Certo che avete proprio fiducia dei vostri clienti!” ed esibisce il documento i cui estremi vengono copiati sulla ricevuta.

Usciti dal “casello di pagamento” del grande e rutilante magazzino di elettronica di consumo, veniamo bloccati da un energumeno che ci apostrofa con una minaccia ed un’accusa: “avete finito di dar fastidio alla gente che lavora, andate via di qui!”.

“Scusi?”,  replico. Ed il gorilla: “E’ un’ora e mezzo che state rompendo i coglioni a tutto il personale!”

“Scusi?”, replico nuovamente. E lo scimmione continua: “La gente qui lavora, non è mica a disposizione di chi non ha niente da fare come voi!”.

“Mi scusi, può qualificarsi?” – insisto. Ed il paladino dei lavoratori (ma non della giustizia dei consumatori) risponde: “Sono del servizio d’ordine!”.

“Ah, bene, allora visto che mi accusa di aver infastidito il personale, chiami la polizia e chiariamo questa situazione, dove l’unica vittima sono io che non solo non vedo rispettati i miei diritti di consumatore, ma vengo addirittura aggredita ed accusata da uno sconosciuto che non si fa riconoscere.”

L’uomo, grande e grosso il doppio di me, continua ad intimidirmi “Sta dando fastidio a tutti, questa è gente che lavora, se ne vada!”.

Questa “intimidazione” si consumava fuori dal negozio, nel corridoio del centro commerciale.

L’energumeno non ha fornito le proprie generalità ed il suo fare minaccioso ha richiamato l’attenzione di tutti i clienti presenti alle 20:31 nel centro commerciale, che probabilmente hanno pensato fossi addirittura una ladruncola.

La fiaba finisce qui, malgrado abbia cercato di attendere che il buttafuori (così si è definito tra un’accusa e l’altra!) chiamasse l’autorità costituita.

Così si conclude, esclusivamente perché mio marito, notoriamente più viscerale di me, si è impaurito e mi ha chiesto di andarcene da quel luogo. Dove, però, tornerò oggi stesso. E non solo per esporre all’addetta vendita (che inconsciamente vende prodotti di cui non conosce alcuna caratteristica, come d’altronde la direzione) che il mio elettrodomestico è proprio quello che sostenevo aver acquistato in quel luogo, ma soprattutto, per  denunciare l’intimidazione subita, nonché la privazione del diritto di replica.

Morale della favola: la dittatura del consumismo non ammette la libertà di parola.

Una lettrice

8 agosto 2010
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