Lettere

Dov’è finita la questione morale?

Sono passati sedici anni e dopo tante battaglie contro “Roma ladrona” la Lega è in difficoltà a spiegare ai suoi elettori perché non è ancora riuscita a portare a casa il federalismo, ad abbassare le tasse, ad aiutare le piccole e medie imprese del Nord e si trova a reggere il moccolo a tanti indagati per corruzione pubblica che continuano a stare nel governo e in parlamento. Dov’è finita la questione morale? I litigi che hanno spaccato la maggioranza registrano il dissenso profondo su situazioni reali che sono sotto gli occhi di tutti: tutti i giorni aprendo il giornale si trova un elenco di corrotti e corruttori che rappresentano tutti i ceti sociali: imprenditori, politici, faccendieri, burocrati, magistrati, poliziotti, prelati.

Ovviamente chi guarda solo la televisione non si accorge di nulla perché le notizie sono censurate; come peraltro avverrà quando sarà approvata la legge che praticamente proibisce le intercettazioni telefoniche in nome della privacy (ma non sono certo le conversazioni tra i fidanzatini l’oggetto dell’ascolto autorizzato dalla magistratura) e sarà messo il bavaglio anche alla stampa: invece di fermare il malcostume si impedisce ai cittadini di venirne a conoscenza!

I temi del dissenso politico non sono quisquiglie: riguardano la moralità pubblica, il contrasto dei reati “in guanti gialli” che sono altrettanto pericolosi di quelli “di strada” se non di più; l’attuazione di un federalismo che non moltiplichi i centri di spesa (come sta accadendo con le nuove tasse sulla casa) ma sia solidale ed efficiente, la salvaguardia dell’unità nazionale e della solidarietà tra gli italiani perché per vincere le sfide delle globalizzazione occorre una organizzazione più snella ed efficiente ma anche una capacità di fare sistema. La burocrazia regionale, con i suoi grattacieli, non è meno pesante e lenta di quella nazionale, gli sprechi e le spese inutili non sono una prerogativa “romana”. Storicamente è stata l’attuazione delle Regioni, a partire degli anni settanta, che hanno sbilanciato i conti pubblici creando un debito colossale.

I cittadini hanno diritto ad avere dei governi non gravati da ombre in quietanti; il garantismo non deve essere l’alibi per l’impunità di pochi in cambio del lassismo per molti; gli eletti devono rispondere agli elettori e non alle segreterie politiche che li designano perché il voto di preferenza è stato abolito; il federalismo deve essere inclusivo e non trasformarsi in un regime di “apartheid”del benessere a favore degli individui emergenti e delle regioni prospere contro i sommersi e il Sud che non hanno bisogno di assistenzialismo ma di opportunità.

Servono nuove elezioni? Le ultime votazioni alla camera hanno dimostrato che il governo non ha più la maggioranza assoluta ma che un alternativa diversa non esiste. E’ emerso non un terzo polo, il centro dei moderati, ma solo un’ “area di responsabilità nazionale”: un fatto significativo che non va sottovalutato ma che da solo non basta a creare una situazione politica nuova.

Prima di una nuova consultazione occorre modificare l’attuale legge elettorale che ha creato un sistema bloccato perché nessuno risponde più a nessuno, non c’è più assunzione di responsabilità.

Se il sistema è malato anche gli elettori sono parte della patologia. Colpisce l’indifferenza generalizzata verso lo stillicidio di casi corruttivi che sono accolti dai cittadini come il bollettino meteorologico quotidiano: con indifferenza. In politica non ci si può limitare a fare il tifo come nel campionato di calcio o a scegliere in base al criterio della simpatia come nel mondo dello spettacolo e della televisione.

Se è vero che la politica è lo specchio della società e che ogni popolo ha il governo che si merita, allora bisogna ammettere che il “familismo morale” attribuito come carattere peculiare al nostro popolo gioca un ruolo negativo nella vita pubblica.

In effetti, per gli italiani la famiglia (allargata fino a comprendere le suocere, i cugini, i generi, le ex mogli, i cognati, gli amici e gli amici degli amici) è sacra anche per chi non crede in Dio e nella indissolubilità del matrimonio. Ciò che non è famiglia (la comunità, il prossimo; gli altri) è un’entità astratta e pregiudizialmente ostile. Essere malati, disoccupati, disperati non è una buona ragione per occuparsi degli “altri”: ci pensi lo Stato dal momento che si pagano (e si evadono) le tasse!

Questo modo di ragionare porta all’individualismo, all’egoismo, alla mancanza di solidarietà, al disprezzo del bene pubblico. Ma in un mondo rimpicciolito dalla globalizzazione e a rischio di collasso ecologico per lo sfrenato consumismo questo disinteresse per il bene pubblico non può che portarci alla catastrofe. Essere responsabili significa accettare le conseguenze delle scelte che facciamo o non facciamo . Se non prendiamo coscienza che siamo sulla stessa barca, che il nostro destino è legato a quello degli altri, che l’empatia, cioè l’essere a fianco di chi fa fatica a vivere e spesso soccombe, è l’unica risorsa veramente efficace, allora vuol dire che il futuro finisce con noi.

Camillo Massimo Fiori

6 agosto 2010
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