Lettere

Ricordi il ragionier Gervasini?

In tanti varesini ce lo ricordiamo quando girava, col suo fagotto di straccio legato ad un bastone, per le vie cittadine: il “ragionier Gervasini”, clochard nostrano, poeta nell’animo e amico di tutti. Poco importava che conducesse una vita alternativa, fuori dagli schemi: c’era e, quando non lo si vedeva, mancava. Oserei dire “mancava all’appello”: ci si chiedeva se non fosse ammalato, peggio ancora scomparso. Ma poi ritornava, riprendeva la sua processione quotidiana di visita nei negozi, riannodava la catena dei saluti e a volte raccontava di sé, della sua vita errabonda, un tempo diversa.

Ne rammento ancora i tratti del volto, il cadenzare della voce quando, fin da bambina, lo sentivo declamare le sue poesie e, passando nel negozio di fotografo di mio padre, si metteva in posa e si faceva fare degli scatti e poi, guardandoli, commentava “ va Gino, ma sun bel, faman cent da mandag al Papa, al Saragat, al Prevost, al Sindic.…!” e proseguiva l’interminabile elenco dei suoi ipotetici “fan”.

Era felice il Gervasini e raramente cedeva alla nostalgica emozione di qualche ricordo personale.  Almeno così voleva che si pensasse di lui. E gli si voleva bene.

La sera dello scorso Natale la lunga fila di persone intirizzite davanti al cancello di via Luini aspettava composta la distribuzione del sacchetto con la cena.

Tre bambini, silenziosi e dolcissimi, senza i guantini e scarpe adatte contro il freddo impietoso, erano per mano alle loro mamme. Una scatola di colori, un giocattolo in buono stato, un golfino, un paio di guanti, caramelle, impachettati perché fosse festa anche per loro: amorevoli, semplici pensieri, mentre il magone, nel porgere loro queste poche cose, annodava la gola pensando a quanti altri bambini, in quella stessa sera, nelle loro calde case forse si erano già stancati dei tanti doni scartati e l’emozione per loro fosse magari anche già finita.Da anni ogni sera, davanti a un cancello in via Luini, per oltre cento persone, ciascuna col proprio bagaglio di fatica, sotto la pioggia, quando si gela o l’afa toglie il respiro, c’è un bisogno. Nessuno chiede altro che un pasto, è solo la cura delle suore che aggiunge calze di lana se le loro sono intrise d’acqua, un berretto pesante, una coperta, un giaccone se a dicembre qualcuno indossa solo un Kaiwai.

La parlata dialettale del Gervasini risuona oggi nella pacata dolcezza del Mario, che di giorno va a scaldarsi quando ha freddo nel negozio di un artigiano in centro, o in quella più esuberante del “ciclista” che percorre i chilometri del suo “tour” quotidiano e ogni sera puntuale arriva sulla sua due ruote o del “Platone” che fatica a camminare per i piedi gonfi e accompagna il suo affaticato passo citando a memoria brani di filosofi e letterati.

Ma poi, ogni sera in una strada cittadina, la stessa fatica e solitudine mescola il “parlar bosino” al “spasiba” delle Irina e delle Ljuba e al “shukran” dei Mohamed e degli Alì. Voci e vite che si intrecciano tra loro ma che si legano anche alle nostre se non le evitiamo, se non anteponiamo mille presunte scuse o motivazioni ordinarie per giustificare l’intolleranza alla loro presenza. Volti ai quali è bello imparare a dare anche i nomi, apparenti distanze di cultura e di lingua che si accorciano se le sentiamo parte della nostra vita cittadina, dentro la nostra storia collettiva di oggi.

Con gesti discreti, semplici e solidali sono tanti i cittadini che hanno cura, attenzione per chi, costretto da vicissitudini diverse, deve chiedere umilmente anche un piatto di pasta. In vari ambiti, dalle parrocchie alle associazioni, anziani e giovani, mamme o padri di famiglia, ragazzi delle scuole, danno volentieri un po’ del proprio tempo o un contributo: Varese è ricca di questa capacità di condivisione silenziosa, che non fa clamore, non parla per frasi fatte, non fa la voce grossa, non lancia giudizi, ma vede, ascolta e si muove con gesti misurati, cercando strade e percorsi per vivere assieme, ridurre le differenze, accorciare le distanze

Abbassando il tono che incita alla “paura” dello straniero e al bisogno di “difendersi” per essere al sicuro, la voce dell’ accoglienza si sentirebbe meglio, la potrebbero udire anche i distratti e forse quella ritenuta una confusa Babele di lingue diverse diventerebbe l’armonica sola voce di una città viva e per tutti.

Luisa Oprandi

28 luglio 2010
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