Cinema

Il raffinato Keats della Campion. Chi l’ha visto?

Fulgida stella, fossi ferro come tu lo sei

ma non in solitario splendore sospeso alto nella notte,

a vegliare, con le palpebre rimosse in eterno,

come paziente di natura, insonne eremita,

le mobili acque al loro dovere sacerdotale

di puro lavacro intorno a rive umane,

oppure guardare la nuova maschera dolcemente caduta

della neve sopra i monti e le pianure.

No – pure sempre fermo, sempre senza mutamento,

vorrei riposare sul guanciale del puro seno del mio amore,

sentirne per sempre la discesa dolce dell’onda e il sollevarsi,

sempre desto in una dolce inquietudine

a udire sempre, sempre il suo respiro attenuato,

e così vivere in eterno – o se no venir meno nella morte”.

(John Keats tradotto da Carlo Dentali)

Una sequenza del film

La diversità di desideri ed aspirazioni del giovane poeta John Keats (Ben Whishaw) e della studentessa di moda, Fanny Brawne (Abbie Cornish), innesca un rapporto conflittuale. Questa “sottrazione” ha dato il “la” a Jane Campion (Wellington, 30 aprile 1954) per avviare la sua ultima sperimentazione cinematografica “Bright Star”. La regista e sceneggiatrice mostrò la sua grande individualità e ricerca sin dal primo cortometraggio “Peel” (1982), peraltro individuabili universalmente nell’indimenticabile Oscar e Palma d’Oro “Lezioni di piano” (1993), che rivelò l’ottima predisposizione a “trattare” donne oppresse o in condizioni sfavorevoli. E così la neozelandese, d’origine ma non di “azione”, descrive l’avvicinamento tra Fanny e John in “Bright Star” (Fulgida stella, dall’incipit dei versi di Keats). Gradualmente fino allo sbocciare di un amore sincero, dedito, appassionato, toccando picchi di struggimento e disperazione: “Ho l’impressione di dissolvermi”, scrive Keats a Fanny.

Non ci appassioniamo, però, al poeta romantico, nato a Londra il 31 ottobre 1795, spentosi precocemente a Roma il 23 febbraio 1821 e le cui opere furono bersaglio di una costante critica politica. Bensì ci lasciamo travolgere dallo “sguardo quotidiano” della Campion: vicende fortemente emotive, in cui sono assenti i toni romantici e privilegiati gli ambiti razionale e descrittivo. Manca il sesso.

Numerosi i riferimenti colti all’arte (certe inquadrature arrivano direttamente dai Fiamminghi) e ovviamente alla letteratura ed al cinema; indissolubili i legami con la somma arte, la musica. Sin dai titoli di testa, che guardano alla soggettiva della prima scena, tutta consegnata all’ago, che penetra e intreccia la voce sola del corale “Serenade K 361” di Mozart.

E’ uscito in Italia sin dal 5 febbraio “Bright Star”, presentato al Festival di Cannes, nominato a quattro Satellite Awards, ma un po’ trascurato dalle programmazioni: proprio come una “fulgida stella” ha attraversato gli schermi varesini solo per una settimana in sala, e per una sera in un’arena della calda e tempestosa estate prealpina. Forse proprio per il suo tessuto estremamente colto. Lo stiamo recuperando in giro per l’Italia. E sicuramente arricchirà le sere dei cineforum autunnali.

“Il film è una sorta di ballata che avanza in versi. – dichiara la regista e sceneggiatrice – La caratteristica più importante di questa storia era di mostrare l’intimità dei personaggi allo spettatore”. Gli attori diventano esseri sottili: più sono reali, più il mistero delle loro personalità uniche ci affascina, catturando immaginazione e cuori.

La luce accesa dal genio poetico e dallo spirito unico di Keats viene ravvivata dalle scelte della Campion: tra il 1819 e il 1820, il giovane poeta visse un momento particolarmente stimolante di creatività incontrando la “sfacciata” vicina dall’ago d’oro. E questo amore ispirò tre delle sue poesie più belle: “Ode on a Grecian Urn”, “Ode on Melancholy” e “Ode to a Nightingale”. La Browne, pervasa dal fuoco sacro, abitò quelle quasi 40 lettere d’amore di Keats, convenute universalmente “tra le più belle mai scritte”. “Non sono un’amante dei biopic e sentivo di aver bisogno di un punto di vista particolare”, così la Campion descrive la scelta di affidare la storia di Keats agli occhi meno conosciuti di Fanny. “Alcune delle poesie di Keats hanno la forma di odi, altre sono delle ballate, così ho iniziato a pensare alla storia di Fanny e Keats come una ballata, una sorta di poema storico”.

Il risultato è un film d’epoca, ma decisamente moderno, immediato e attuale. Assolutamente universale: non si viene alienati a livello emotivo dalla natura storica; la pellicola è senza fronzoli, minimale, ma bella. Proprio come recita il sottotitolo sulla “fiamminga” locandina: “Una cosa bella è una gioia eterna”. Assolutamente complice della Campion è il direttore della fotografia. Il trentaduenne Greig Fraser è stato scelto, dopo aver lavorato con la regista a The Water Diary, un cortometraggio realizzato per le Nazioni Unite ed alla luce del riconoscimento del premiato corto “Cracker Bag”: “Sono rimasta decisamente impressionata dalle tonalità e dalla dolcezza delle sue luci e dei suoi movimenti di macchina”. Ritroviamo tutto Fraser in quella panoramica del prato “violato”, che avvolge la umile Fanny nella lettura delle lettere del Signor Keats. Lo riconosciamo subito in quella scena d’apertura affidata alla trama di un ago, nelle verginali mani della Brawne, ancora ignara di ciò che il poeta le concederà.

Così come i movimenti di macchina: non una distrazione, con angoli particolari o inquadrature strane. Campion ha ri-sperimentato un approccio classico, alla Bresson: “Ritenevo che, con una storia così toccante e commovente come la nostra, era importante che il pubblico non si sentisse manipolato”. C’è molta intimità nella storia, ma misurata. Si può immaginare Fanny che ascolta Keats attraverso le pareti della camera da letto. La loro intimità è rappresentata nella fotografia, nelle scenografie, ma questo non significa che manchi di sensibilità visiva: inquadrature semplici, pochi movimenti di macchina, arie mozartiane, fotografia “impressionata a fiamma”. Tutte variabili fondanti il rispetto del pubblico. Il compositore, il venticinquenne Mark Bradshaw, è altrettanto corresponsabile di tale gioia eterna: “Noi stavamo facendo un film su un genio morto a 25 anni – chiarisce la Campion -. Visto che Keats ha scritto le sue poesie migliori a 23 anni, mi sembrava che il film richiedesse di credere nei giovani e ritengo che lui abbia svolto un lavoro fantastico”.

E ovviamente, le poesie di Keats: presenti, ma accessibili, proprio alla Campion. “Ero determinata a inserire quanta più poesia possibile – chiosa la regista -. Molte persone si sentono a disagio con la poesia perché ritengono di non capirla. Ma Keats la spiega bene e io desideravo utilizzarla nella storia. La poesia è veramente una droga, ti penetra nel cervello e ti rimane dentro”.

26 luglio 2010 Ombretta Diaferia redazione@varesereport.it
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