Lettere

Stop a questa deriva lumbard

Devo essere sincero. Non è una pensata di questi giorni calorosi e sudaticci. Non è frutto dall’aver visto un tal Brancher divenire Ministro al Federalismo, né il non aver capito che cavolo di ministero potesse essere questo o l’apprendere, con “gioiosa costernazione”, che il 5 luglio lo stesso Ministro ha rassegnato le dimissioni in una aula di Tribunale.  E non è il frutto neanche dall’aver sentito la “vestale” del pensiero “berlusconian-leghista” sparare ad alzo zero contro le regioni del sud e la loro incapacità di spendere soldi pubblici, a farmi fare questo pensiero sconcio.  E sì, perché comincio a credere che non possa essere che una idea sconcia, la mia.

Quale? Quella di pensare che, io, federalista proprio non voglio esserlo. Io al federalismo proprio non ci credo. Personalmente sono a ritenere che il gridare tutti, il sostenere tutti, il dirsi tutti federalisti non sia altro che il frutto della convergenza di due fragilità.

Un “pensiero debole” che angoscia politica e politici, in generale, da quando le grandi narrazioni del XIX° e del XX° secolo sono state dichiarate morte e, spiace dirlo, l’egemonia culturale che la Lega e il Bossi-style esercitano su parte del nostro Paese.

Quello che trovo veramente assurdo è l’aver visto come molti hanno ritenuto che tutti i mali dell’Italia, il suo sud sottosviluppato, controllato da consorterie e da criminalità organizzata, l’eccessiva burocratizzazione del nostro apparato statale, l’assenza di una efficiente macchina pubblica, la paura del nord e nel nord più ricco e moderno di poter divenire sud d’Europa e non parte integrante delle regioni più “forti” nel vecchio continente, ebbene, quello che ho trovato veramente incomprensibile, è stato il piegarsi dei molti, supinamente, ad una ricetta “fantasiosa” e alquanto onirica come questo “federalismo”.

Sarà che mi considerò demodé. Sarà che sono uno di un’altra epoca, ma io credo che il problema dell’Italia e la sua difficoltà nel processo di modernizzazione stia nella mancata applicazione integrale della nostra Costituzione.

Ebbene, se la Carta fosse stata applicata per tempo le Regioni oggi avrebbero ben altro ruolo che quello che il “fantastico” Ministro Tremonti gli assegna: depositarie dei tagli economici e di un nuovo centralismo amministrativo.

Credo che sussidiarietà non sia uno slogan, ma sia una cultura e un agire ben definito. Penso che sia una prospettiva di sviluppo equilibrato capace di far maturare non solo le istituzioni ( e solo Dio sa di quanto bisogno abbiamo di Istituzioni credibili e salde ), ma anche le persone che devono occuparsi di farle funzionare.

Io aspiro ad un regionalismo spinto e all’autonomismo locale. Io credo nelle municipalità, nei comuni, credo nella loro autonomia e nella loro capacità di essere accanto alla gente e alla possibilità che un comune sia la prima istanza, il primo segno evidente e riconosciuto di uno Stato di cui tutti ci possiamo sentire parte integrante e partecipi al suo evolversi.

Io desidero che l’autonomia decisionale vada di pari passo con l’assunzione di responsabilità. Io penso che non ci possa essere sussidiarietà senza autonomia, che non ci possa essere autonomia senza possibilità di decidere cosa far pagare e come farlo pagare ( autonomia impositiva ).

Io credo che la vera sussidiarietà sia quella che parte dal basso. Sia quella che delega all’organismo superiore ciò che non è in grado di fare e che è pronta a riprendersi quella funzione nella misura e nel tempo in cui si può esercitare quelle stesse funzioni con uguale efficacia, capacità e forse anche in modo migliore.

Questo è “federalismo”? Non credo proprio, questo è la nostra Carta, questa è la Costituzione così come l’hanno disegnata i nostri “padri costituenti” nella loro saggezza e lungimiranza.

E, allora, finiamola di accettare questo limbo culturale in cui ci ha relegato la Lega. Finiamola di accettare questa sorta di “secessionismo” del pensiero che rischia di tramutarsi nei fatti in una divisione del Paese. Bisogna incominciare a dire dei no e dirli in maniera chiara e forte. Dobbiamo fermare questa deriva leghista che ha conquistato non solo le menti, ma anche i cuori e le anime.

Dobbiamo farlo sfidando le convenzioni attuali, il conformismo e la “vulgata” che ha trasformato ogni “pensiero complesso” in banalità e in qualcosa di impopolare e di incomprensibile per tutte le “sciura Maria” delle nostre comunità, e, paradossalmente, ha tramutato le “banalità da chiacchiera da bar” in pensieri politici raffinati, complessi e frutti di saggezza popolare.

Sarà forse fuori dal tempo, ma mi ricordo una frase di un grande lombardo anche se un po’ giansenista e per questo, talvolta, “distante” nelle sue riflessioni: “ si svolgono messe solenni intorno al federalismo, quando invece bisognerebbe cominciare a capire cosa sono gli italiani e cosa è l’Italia” ( Mino Martinazzoli).

Voglio essere banale. Sperò che si possa incominciare molto presto a ritornare a ragionare sull’Italia e sugli italiani e non su cosa sono e cosa vogliano i “padani”.

Roberto Molinari

Segretario cittadino

PD Varese

12 luglio 2010
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Un commento a “Stop a questa deriva lumbard

  1. vincenzo di maro il 19 luglio 2010, ore 22:03

    perfettamente d’accordo con lei. mi chiedo anche – e tristemente – se un leghista-tipo possa giungere a meditare sul fatto che proclamarsi a favore di un federalismo così concepito altro non conferma che l’esser posseduto dal peggior vizio nazionale: il trasformismo,in più civili paesi meglio detto cattiva (e scarsissima) coscienza.
    abbia la mia simpatia.

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