Como

Miglio nel pantheon leghista? Reguzzoni ci prova

Il politologo Gianfranco Miglio

Sconcertante quante volte si assista al ritratto riveduto e corretto, cioè semplificato, di personaggi complessi, con un’articolata vicenda umana e intellettuale. E’ il caso di Gianfranco Miglio, il politologo molto vicino al Carroccio dei primi tempi, come fu critico e diffidente verso il movimento di Bossi successivamente.

L’occasione per riparlare di Miglio è venuta dall’intitolazione di un largo di Como all’illustre studioso di politica e di storia. Come ha commentato il presidente dei deputati leghisti, il bustocco Marco Reguzzoni, l’intitolazione “rappresenta il giusto riconoscimento a chi ha saputo far uscire il tema dai dibattiti accademici. Se oggi parlare di federalismo è all’ordine del giorno, dentro e fuori i palazzi della politica, lo dobbiamo anche a lui, e non possiamo che essergliene grati”.

“Nei confronti della figura di Miglio – gli ha fatto eco la deputata leghista Erica Rivolta, presente alla cerimonia – nutriamo un sentimento di grande rispetto, stima e affetto. La forza del suo pensiero è ancora di grande attualità. Un vero maestro”. “L’indiscutibile merito del professor Miglio – ha insistito l’esponente comasco della Lega Nord, Nicola Molteni – fu la perspicacia nel portare la dottrina federalista nel dibattito politico. Un progetto che diventa oggi realtà grazie all’azione di governo della Lega Nord di Umberto Bossi”.

Forse tutti questi esponenti leghisti hanno dimenticato la violenta frattura che si verificò tra Miglio e Bossi, con le durissime critiche che il professore comasco rivolse a Bossi e al suo movimento. Nel 1994, da un convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria a Santa Margherita, il professore della Cattolica tuonò contro Bossi e la Lega. “Per la Lega Nord, federalismo è solo una parola vuota. In oltre 4 anni non ho mai avuto né da Bossi né dai leghisti nessuna richiesta di chiarimenti o di un particolare sulla Costituzione federale alla quale stavo lavorando. Ciò significa che non gliene fregava niente”. Disse ancora, durissimo: “Nella testa di Bossi, c’è l’idea balzana di scardinare le istituzioni, e poi una volta creato il caos imporre un sistema che lui chiama federale, ma che in realtà non sa bene cosa sia, che lo faccia emergere”.

Per non parlare, per quanto riguarda gli ultimi anni della vita di Miglio, della breve ma intensa vicenda del Partito Federalista, che Miglio fondò e diresse insieme a Vittorio Sgarbi, che furono, rispettivamente, presidente e vicepresidente. Prima delle elezioni politiche del 1996 Sgarbi lasciò il partito per approdare alla Lista Pannella-Sgarbi, e Miglio diventò senatore del collegio di Como con il supporto del Polo delle Libertà. Addirittura, alle elezioni amministrative del 1997, il Partito Federalista strinse un patto con i liberali dell’Unione di Centro, per una lista unica in alleanza con Forza Italia.

Un personaggio che si dimostrò autonomo e libero rispetto alla politica. Arruolarlo nel pantheon leghista è operazione discutibile e di corto respiro, che non rende giustizia alla complessità di uno dei politologi più apprezzati dal filosofo Massimo Cacciari.

22 giugno 2010
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