Milano

Alla Scala il Faust del diabolico Nekrosius

Un momento delle prove dei mimi

Il decreto Bondi non cessa di creare scompigli: scongiurato lo sciopero per la prima del Faust di Gounod (ma non per la seconda rappresentazione), i lavoratori dipendenti del Teatro alla Scala hanno deciso di recitare (coro) ed eseguire (orchestra) l’opera in borghese. Scelta davvero poco azzeccata in un’opera come questa, diretta dal visionario regista lituano Eimuntas Nekrosius, che nei costumi (realizzati dalla moglie del regista, Nadezda Gultiajeva) ha espresso gran parte della propria poetica.

Fortunatamente i cantanti principali e il gruppo dei mimi (la più geniale “invenzione” del regista lituano) hanno mantenuto il proprio apparato costumistico e di accessori.

Nel trasformare il capolavoro goethiano in opera lirica Charles Gounod diede grandissimo rilievo alla storia d’amore tra Faust e Margherita eliminando tutti i personaggi sovrannaturali eccetto l’indispensabile Mefistofele; magistralmente Nekrosius rimedia alla pecca del compositore francese sfornando un’intera combriccola di presenze demoniache interpretate dai mimi, un gruppo di attori-ballerini che, nelle mani (munite di taccuino) del regista lituano, si sono trasformati in esseri usciti direttamente da un dipinto di Brueghel o di Bosch: facce bianche, espressioni da fantoccio, movimenti grotteschi e sincopati. Non come spesso accade questi mimi hanno rappresentato un sostrato essenziale e atmosferico per tutta l’opera; una presenza multipla di pari grado dei personaggi principali.

I primi a comparire in scena sono gli angeli della morte che, dotati di ali-braccia lunghe e appuntite, si aggirano nell’enorme antro prospettico di Faust cosparso di libri aperti sul suolo; da qui in poi, dopo il patto sancito con Mefistofele, gli esseri grotteschi si moltiplicano: coppie di fidanzatini dal pallore mortale e dalle movenze rigido-compulsive; omoni “Michelin” gonfi più che grossi; esseri con cappello dalla testa incassata nel torace; ragazzi galline…

Il tutto senza alcun elemento mostruoso, l’essere grottesco di queste figure è dato solo dalla dismisura dei capi d’abbigliamento o dalla loro deformazione: a rendere “galline” i ragazzi ad esempio, opera solo il retro della giacca sollevato come una coda di piume e le maniche rigide e troppo lunghe.

A capo di questa gazzarra infernale c’è lui, Mefistofele, ovvero il cavalleresco Diabolus cum pertica, un signore delle tenebre che si muove perennemente accompagnato da una lunghissima pertica di quelle usate per il salto con l’asta, ricoperta da una fodera nera. Questo oggetto multifunzione gli serve per allontanare, innalzare, spingere; funge da balcone-pulpito, da elemento di festa di paese, da tizzone indicatore…  Un segno tangibile della distanza che separa Mefisofele da qualsiasi elemento terreno, da qualsiasi tentativo umano di eguagliarlo; un supporto di concreta differenza vertiginosa.

I punti di fuga indicati dalla pertica si sommano a quelli delineati dalla scenografia (opera del figlio di Nekrosius, Marius) doppiamente prospettica che gioca ad aumentare l’effetto lontananza.

Vertigine e grottesco sono gli elementi di questa regia che sposano la musica molto poco drammatica di Gounod.

Uno spettacolo pieno di sottigliezze, visionarietà e corporeità giocata sotto ogni angolatura; un’opera che, causa scioperi e proteste, non è stata provata a sufficienza per precisarne i tempi di cambio scena, così da far slittare la conclusione oltre la mezzanotte, con conseguente, ma non necessario, fuggi fuggi di gente in corsa verso l’ultimo metrò.

Tanti i fischi dal loggione degli ultratradizionalisti che non hanno risparmiato nemmeno il direttore Stéphane Denève, nonché i bravissimi mimi; unica eccezione per la soprano Marguerite-Irina Lungu coperta di applausi.

Una perla questo Faust di Nekrosius, finita purtroppo in pasto a tante urgenze più veniali: gran peccato.

20 giugno 2010 Viviana Faschi redazione@varesereport.it
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