Cultura

S’infiamma la poesia nel nuovo libro di Azzalin

Il poeta-editore-dentista Dino Azzalin

Un fatto vero, perentorio e puntuale come ogni evento della vita vera, sta all’origine dell’ultima fatica letteraria di Dino Azzalin, “Guardie ai fuochi”, una plaquette di una sessantina di pagine legata alla rivista di poesia “Steve”, diretta da Carlo Alberto Sitta. Un’incursione aerea alleata, nel ’44, a Pontelongo, uccide la zia del poeta ed editore, all’ottavo mese di gravidanza, il marito, il primogenito e la domestica. Ma prima di spirare, la donna riesce a partorire la bambina, nata tra sangue ed orrore. La bambina ebbe nome Lia, come la madre, e ora vive in Sudafrica.

Un fatto atroce e indimenticabile, certamente trasmesso nella memoria familiare, ispira ad Azzalin un’operetta in prosa poetica, una riflessione intensa sul fuoco, che può essere “forzato” in funzione positiva (ecco le “guardie” del titolo, che sulle navi ravvivano e sorvegliano il fuoco), ma che non perde mai la sua profonda natura distruttiva, che dà morte, che sconvolge la vita degli uomini e della storia. Un’opera che, in realtà, anticipa un’opera più ampia, che sta impegnando da tempo Azzalin, dal titolo “Il pensiero della semina”, in uscita il prossimo anno da Crocetti.

L’opera “Guardie ai fuochi” sarà presentata in una festa privata in programma la notte del 26 giugno. Una notte di letture di frammenti, di poeti che presteranno la loro voce e il loro stupore (tra i quali Silvio Raffo e Fabio Scotto),  di eteree presenze femminili intente a custodire i fuochi. Luogo e ora sono tenuti rigorosamente top secret.

All’inizio dell’opera, l’autore pronuncia quella parola indicibile che evoca il fuoco che cancella la vita ma non la memoria: Auschwitz. Un grande orrore, di fronte al quale, per riprendere un’espressione del poeta Cesare Viviani, contenuta in una lettera ad Azzalin, stanno “l’imperfezione dell’uomo, la perfezione del dolore”. Ma nel fuoco non c’è solo annientamento. Il fuoco si accorda anche con la speranza e una forza che aiuta ad affrontare la fatica del vivere. “Dal vaporetto, guardavamo il fuoco di Byron ardere sulla banchina, mi tenevi la mano guardando la luna, mi davi i baci in mare aperto”. Ma fuoco che, ancora una volta, rimanda Azzalin alla parola, perché “la parola è potente più dell’inferno”.

Il destino della parola, la sua forza e la sua lacerante debolezza, la voglia di dire e l’impossibilità di farlo compiutamente. Tutto questo batte nel cuore di “Guardie ai fuochi”. Con uno stile nuovo, veloce e spezzato, che forse, ad Azzalin, apre una feconda strada mai intrapresa finora.

19 giugno 2010
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