Il duro mondo della boxe, un film made in Varese

Damiani e Bergamasco con Azzola, Leone, Ganzerli

Le luci si spengono. La proiezione comincia. Per qualche minuto si pensa di essere investiti da un lungometraggio: primi piani emotivamente coinvolgenti con una fotografia che solo i grandi maestri sanno studiare, con rigore e sacrificio. Lo stesso richiesto ad un ragazzino che si presenta ingenuamente in una palestra storica della boxe italiana per avvicinarsi a questa disciplina. Poi si succedono interviste a nomi “di peso” di questo sport e, quindi, ci si può ricredere: è proprio un film documentario quello che si consuma all’Anteo di Milano nella rassegna “Cannes e dintorni”. La via del ring giunge al pubblico, foltissimo ieri sera.

Non il pubblico delle anteprime, ma gli stessi protagonisti che sullo schermo raccontano il loro rigore e sacrificio, proprio come nell’arte. Daniele Azzola e Alessandro Leone toccano con mano l’effetto di un’idea, perfezionata negli anni: raccontare il mondo della boxe. Il regista e lo sceneggiatore ormai relegavano alla condizione di sogno il progetto artistico, fatto di altrettanto rigore e sacrificio.

Si è realizzato, invece, grazie alla varesina Ester productions, Ardaco e Arca D’oro, che hanno consentito al pubblico di conoscere esclusivamente i “dietro le quinte” della boxe: non si vede un combattimento per tutti i sessantasette minuti della visione ed invoglia ad entrare in questo mondo l’ascoltare le storie quotidiane e sportive di Francesco Damiani e Patrizio Oliva come dei campioni di domani, così come quelle della moglie di Parisi, stroncato a 41 anni, ironia della sorte nel mondo “normale”.

La via del ring è una corale che si propone di raccontare il pugilato dei professionisti, dilettanti e appassionati, maschili ed anche femminili. Si scopre che tra caschi e paradenti esistono campioni anche al femminile come Simona Galassi ed uno stuolo di bambine a cui i genitori consentono di infilare i guantoni. Sicuramente il valore formativo della disciplina è esaltato da questa sfumatura, come ci racconta Leone (altra ironia della sorte condividere il cognome con la principale azienda che fornisce attrezzature per la disciplina) “Chiacchierando abbiamo scoperto che c’erano anche bambine che si allenavano in palestra. Abbiamo ricominciato a girare perché non potevamo chiudere senza questa testimonianza”. Forse perché le donne si esprimono al meglio proprio dove è loro richiesto impegno e dedizione?

Il film documentario vive nel colore costantemente, quasi si fosse al cospetto di Almodovar, e registicamente rispecchia la sensibilità di Azzola, peraltro appassionato della disciplina che antepone al calcio “questi ragazzi sudano per ottocento euro”. Il rigore ed il sacrificio dei protagonisti è rispettato in toto “Abbiamo girato le interviste dopo gli allenamenti – sottolinea Leone – volevamo si sentisse il sudore”. Infine, si è riusciti anche a considerare la par condicio.

Una pellicola che in qualche modo soddisfa i bisogni ideali, anche quelli di sudare in silenzio, senza grandi proclami e di godere della fama e del successo con umiltà, la stessa dimostrata dai pugili tra il pubblico dell’Anteo: nel mondo normale, da quello televisivo a quello della strada, chiunque si sarebbe esibito. Questi campioni di rigore, invece, erano schivi e quasi intimoriti. E tutti concordi che anche se la Federazione è stata latitante La via del ring abbia dato la vera luce al loro mondo, quello dove “se sei vigliacco fuori dal ring, lo sei anche sopra” . Proprio come nel mondo normale, dove tanta umiltà, sacrificio e disciplina sono ancora difficili da incontrare.

16 giugno 2010 Ombretta Diaferia redazione@varesereport.it
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