Varese

Chiuso il G6, efficace vetrina per il ministro Maroni

Il ministro Maroni tira le somme del summit

Con l’uscita alla spicciolata dei ministri degli Interni da Palazzo Estense e l’entrata silenziosa in auto super-blindate, si è chiuso il summit di due giorni del G6 sulla sicurezza. Si è svolto in una Varese abbastanza indifferente e con grandiose misure di sicurezza. Quattordicesimo summit di questo genere, non ci si poteva attendere scelte particolarmente inedite e sorprendenti. A fare il punto finale dell’andamento dei lavori è stato lo stesso ministro italiano degli Interni, Roberto Maroni. Senza dubbio è stato lui il vero protagonista del vertice, che ha voluto si svolgesse proprio qui, nella sua Varese.

Dominante, nella conferenza stampa conclusiva, la questione dell’immigrazione, trattata in questo che Maroni ha più volte ripetuto essere un appuntamento “informale”, cioè senza l’approvazione di un documento finale. “Occorre rafforzare la tendenza a stipulare accordi con i Paesi d’origine, in particolare Maghreb e Paesi sub-sahariani. Un fronte di prevenzione su cui l’Italia ha già stipulato un accordo con la Libia che si è dimostrato di grande efficacia, come dimostra la pressione diminuita nel Mediterraneo”. Quanto ai controlli e ai pattugliamenti in mare, Maroni ha sostenuto che l’agenzia europea Frontex debba assumere una funzione attiva, oltre che coordinare le flotte nazionali, un cambiamento su cui, ha confermato il ministro leghista, “c’è l’impegno della commissaria europea”. Tra le proposte del ministro anche un accordo bilaterale con la Cina, in modo da evitare conflittualità tra i tanti cinesi presenti in Italia e le città che li ospitano.

Quanto al contrasto alla criminalità organizzata, la strada è tracciata in maniera inequivocabile: sequestro preventivo dei patrimoni dei mafiosi. E qui Maroni cita il grande Falcone, che già aveva intuito, dice il ministro, l’importanza di questa strategia. Una strategia che ha portato a sequestri complessivi di beni per un valore, ricorda Maroni, di 11 miliardi di euro. “Abbiamo proposto il modello italiano perché sia adottato in tutti i Paesi europei – dice Maroni -. E in modo di evitare che i mafiosi facciano “country shopping”, cioè si rechino nei Paesi in cui si è più deboli con loro”.

La lotta al terrorismo internazionale è stato il terzo focus del summit. “Una forte strategia di prevenzione – ha dichiarato il ministro varesino – si basa sullo scambio di informazioni e di esperienze tra i Paesi europei, e tra l’Europa e gli Stati Uniti”. Una volontà confermata dall’americano Holder, consulente giuridico di Obama, alla luce di una comune condizione di rischio. Holder ha infatti sostenuto che “anche se ci separa l’Oceano, coloro che vogliono fare del male agli Stati Uniti, possono farlo anche ai nostri alleati”.

Resta il problema della differenze che restano tra le politiche della sicurezza in Europa, peraltro negate da Maroni e che, invece, restano evidenti. Non a caso si è insistito sulla necessità di un maggiore coordinamento, sia pure nel rispetto delle singole legislazioni nazionali. Un gap che neppure l’elogio del modello italiano sembra possa colmare. Questo summit, tuttavia, si è dimostrato un’importante vetrina per il ministro italiano, che si è rivelato un padrone di casa che nulla ha lasciato al caso e che evidentemente molto puntava su questa riunione internazionale.



FOTORACCONTO

29 maggio 2010
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