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Varese sotto le bombe. Una lettera di Giannantoni

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera dello storico varesino Franco Giannantoni, in merito ad un recente volume sui bombardamenti subiti da Varese nell’aprile 1944

Egregio Direttore,

desidero portare un contributo storiografico alla ricostruzione che Pietro Macchione, nel suo “Aprile 1944. Varese sotto le bombe”, Macchione Editore, Euro 16, pp. 114, uscito pochi giorni fa, compie dei due tentativi Alleati di distruggere l’Aeronautica Macchi che, seppur a ritmi ridotti, in quel periodo di occupazione nazifascista, continuava a fabbricare velivoli da combattimento (il Veltro e il Saetta) arricchendo le tasche dei padroni-collaborazionisti filo fascisti mentre gli operai tentavano, nel limite del possibile, scioperando e rischiando la deportazione (in qualche caso purtroppo avvenuta), di impedire che gli aerei da caccia uscissero dai capannoni di viale Silvestro Sanvito. In un caso un gruppo gappista della 121a Brigata “Garibaldi” riuscì a colpire alla stazione ferroviaria un vagone con a bordo un aereo smontato e a distruggerlo. Ma vengo al tema. Dopo il fallito tentativo notturno della Raf inglese il 1° aprile, il 30 aprile successivo, questa volta in pieno giorno attorno alle 12 a.m., fortezze volanti statunitensi andarono a bersaglio con danni irreversibili per la Macchi ma purtroppo anche per i civiili delle residenze civili circostanti.

Quello che mi pare doveroso osservare è che il secondo bombardamento ebbe, come non appare descritto nel libro di Macchione, una delicata e complessa parentesi di gestazione politico-militare alle spalle.

Scrive Macchione a pagina 38: “Vista la totale inefficienza del bombardamento notturno effettuato da aerei inglesi, le forze Alleate decisero di ripetere l’operazione ma su basi completamente nuove” e, più avanti, “profanando persino la santità del giorno festivo” (sic).

Quella decisione non fu casuale come potrebbe apparire ma le modalità e la data per l’attacco furono assunte al termine dei contatti che il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di Varese ingegner Camillo Lucchina “Sant’Antonio” e il comandante di Zona del Corpo Volontari della Libertà della provincia avvocato Maurizio Belloni (“Spina”), il primo azionista, il secondo liberale, presero con il Delegato Militare del Clnai di Lugano ingegner Giuseppe Bacciagaluppi (“Joe”), ex direttore della Face Standard di Milano con villa a Caldè sul lago Maggiore. Era indispensabile centrare il bersaglio, far cessare la produzione militare ma soprattutto garantire il minor numero di vittime civili.

Nel novembre e dicembre 1996 in occasione di alcuni incontri che ebbi a Milano con l’ingegner Giuseppe Bacciagaluppi, 95enne, lucidissimo (nel dopoguerra fu per decenni direttore dell’Autodromo di Monza) per una ricerca storiografica sul rapporto fra Alleati e Resistenza Italiana, mi ricordò quell’episodio.

Lucchina e Belloni ebbero modo di far sentire la loro voce nei circoli Alleati di Lugano. Il presidente del Cln e quello del Cvl esposero il tema, rappresentarono le possibili conseguenze che si sarebbero potute verificare una seconda volta se i bombardamenti fossero avvenuti di notte come il 1° aprile per cui fu deciso di sottoporre agli Alleati questa soluzione: bombardamento in pieno giorno e di domenica con la fabbrica chiusa e senza operai.

Giuseppe Bacciagaluppi riferì la proposta a Donald Pryce Jones (“Zio Scotti” per gli italiani), capo della Stazione dell’Oss (Office of Strategic Services) i servizi di informazione Usa di Lugano, operativi dalla base di Campione d’Italia dal 28 gennaio 1944 giorno in cui l’énclave passò sotto il governo Badoglio e da cui partivano le “missioni” Alleate verso l’Italia.

La data concordata fu il 30 aprile 1944. La Macchi come è noto fu distrutta da 18 bombardieri Usa del 99° e del 463° Group partiti dalla base di Monopoli (Bari) ma come nel primo caso le vittime civili furono molte, troppe, addirittura superiori a quelle del 1° aprile.

Voglio aggiungere un piccolo ricordo personale. Quel 30 aprile 1944 avevo sei anni. Abitavo con mia madre e io fratello nella villa del nonno Amelio Locatelli, direttore della Varesina Imprese Elettriche in via Pasubio 12 alla base della pineta del Colle Campigli. Mi salvai, come ho raccontato in altre occasioni, perchè quel giorno ero stato invitato dagli zii a mangiare le tagliatelle nella loro casa di via Walder. Le tagliatelle erano fatte con le uova fresche che gli zii, entrambi medici, avevano ricvuto eccezionalmente dai loro pazienti. In periodo di guerra era un evento rarissimo. Il nonno non volle seguirci e rimase con la domestica nel rifugio antiaereo della sua abitazione e si salvò. La villa venne rasa al suolo come tante altre. Da via Walder a Biumo Inferiore udimmo il boato delle esplosioni e vedemmo il cielo farsi scuro per la polvere delle distruzioni, poi per un paio d’ore seguì il silenzio sino a che apparve in via Walder all’improvviso su un triciclo, guidato da un vigile del fuoco, la cameriera Pasqualina con un’immaginetta della Madonna in mano che, urlando ci informò che il nonno era salvo!

Cordiali saluti,

Franco Giannantoni

19 maggio 2010
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2 commenti a “Varese sotto le bombe. Una lettera di Giannantoni

  1. lidia il 19 maggio 2010, ore 20:20

    a volte precisare un ricordo aiuta ad evitare che la memoria venga travisata e trasformata. grazie

  2. Fabrizio Corso il 5 giugno 2010, ore 01:08

    A proposito di testimonianze di testimoni diretti, mio nonno (91 anni) allora era un poliziotto della questura di Varese. Quando suonò l’allarme si trovava in piazza Monte Grappa. Andò a rifugiarsi su di una collinetta, sotto un grande albero (credo quella dei giardini pubblici), e da li assistette al bombardamento. Ogni volta che ricorda l’accaduto non riesce a trattenere le lacrime.

    Fabrizio Corso
    Modica (RG)

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