Varese

Nichetti a Varese. Tra cinema, interviste e l’odiato Inter

Il regista Maurizio Nichetti

Maurizio Nichetti, regista, sceneggiatore, attore, guarda con favore a Varese capitale del cinema d’animazione, ad un festival come A-tube. “Spesso in città più piccole queste iniziative riescono meglio che nelle grandi città più dispersive”. Nichetti è presidente della giuria di A-tube e ora è diventato anche direttore della Scuola di Cinema,Televisione e Nuovi Media di Milano, la città dove è iniziato il successo del regista, che al suo attivo ha una decina di lungometraggi.

Tutto è iniziato a Milano. Com’era la Milano del tempo di “Ratataplan”?

Parliamo degli anni Settanta. Una città che non era già più quella di Brera, del bar Giamaica, del Piccolo Teatro e degli artisti. Nel ’71 si diceva che Milano non era più quella di una volta. Poi la città è diventata la Milano da bere, e subito ci è stata di traverso: ha iniziato ad essere sinonimo di corruzione e di Mani Pulite. Ma tutto questo ci fa dire che Milano è sempre un po’ stata all’avanguardia, nel bene e nel male.

Con tutti i problemi della grande città?

Sì, certo, con il fatto che è anche una città estraniante, con il rischio dell’isolamento, con il fatto che fare vivere insieme 3 milioni di persone, con anche la presenza di persone di cultura diversa.

Una città dove ora ha preso in mano un’istituzione importante come la Scuola di Cinema.

Sì, una scuola civica, in cui cerco di portare la mia esperienza di tutti questi anni. Ho fatto tante cose, cinema, tv, teatro, animazione, pubblicità, una condizione che mi consente di sperimentare sempre nuove contaminazioni. Dal reality show in avanti tutto è cambiato, cinema compreso. Tutto punta ormai al digitale, al virtuale, allo spettacolare.

E il “made in Italy” da questo punto di vista ha ancora delle chance?

Quando facevo i miei lungometraggi, penso a “Volere volare”, c’era stato il fenomeno Chi ha ucciso Roger Rabbit. Quando presentai il mio film negli Stati Uniti ci si era stupiti di certe animazioni. Era l’epoca in cui si poteva competere con l’America. Ora tutto questo non esiste più: per produrre e realizzare certi film, come Avatar, occorre una tale macchina produttiva ed artistica che per noi è impensabile. E spesso la serialità per riuscire a coprire i costi.

E quindi cosa fa il cinema italiano?

Il cinema italiano, dopo avere abbandonato il filone che ho seguito io, quello di un cinema che vive di fantastico applicato al quotidiano (un critico lo definì il neorealismo fantastico), si è rifugiato nel neorealismo delle piccole storie, dei piccoli sentimenti, più veri del vero. Penso all’ultimo Soldini.

Insomma, finisce per fare concorrenza alla tv?

In qualche modo sì. Del resto io l’avevo immaginato tanti anni fa in un mio film, “Ladri di saponette”, dove alla fine il regista restava intrappolato in un televisore. Ma sia chiaro: non demonizzo la tv. Anzi, ho lavorato negli ultimi tempi ad una serie tv, “Teen Days”, che la dice lunga su come si lavora oggi: io regista ero a Milano, li sceneggiatori a Los Angeles, gli animatori in Corea.

Concludiamo con le note dolenti per un milanista come lei: piange per lo scudetto all’Inter?

No, non piango, però mi arrabbio a pensare che vince tutto con un solo gol. Dopo la Coppa Italia, ora anche lo scudetto. E c’è da aspettarsi anche la Champions. Una fortuna sfacciata.

17 maggio 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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