Lettere

Per un buon uso del 25 aprile. Ci scrive un lettore

Riceviamo da un nostro lettore e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

sarebbe bello se questo 25 aprile tornasse ad essere una Festa e non un’occasione di polemiche, un momento per pensare ‘positivo’, per ricordare che “non dimenticare è un valore civile”, non un pretesto per dividere.

La giornata del 25 aprile festeggia infatti due avvenimenti gioiosi: la Liberazione dal nazifascismo e la fine della guerra. Avvenimenti che coincidono in quanto a scatenare la guerra furono i regimi di Hitler e Mussolini, che furono infine sconfitti dalle forze antifasciste: questi 65 anni di pace in Europa sono il frutto duraturo dei sacrifici delle forze alleate e della resistenza europea.

Anche un vecchio film americano come “La grande fuga” (sempre appasionante e da raccomandare ai più giovani, che magari conoscono Steve McQueen solo perché cantato da Vasco Rossi) rende omaggio a questa verità mettendo in scena episodi che mostrano l’importanza della collaborazione tra alleati e partigiani.

Dunque non vi sarebbe alcun problema a tenere uniti nel ricordo la memoria delle tragedie della guerra e dello sterminio e la riconoscenza verso chi ha combattuto, scegliendo di stare dalla parte della libertà.

Eppure ci si chiede ancora perché celebrare la Resistenza. Lo vorrei dire con le parole di Primo Levi, dal suo romanzo “Se non ora quando?” che racconta l’epopea di un gruppo di partigiani ebrei che combattono nella Russia occupata dai nazisti.

- Compagno capitano, – disse Mendel – la guerra è finita, e non sappiamo se questa guerra non ne partorirà un’altra. Forse è presto per scrivere la nostra storia.

-  Lo so, – disse Smironov – So che cosa è la guerra partigiana. So che a un partigiano può capitare di aver fatto, visto o detto cose che non deve raccontare. Ma so che quanto voi avete imparato nelle paludi e nel bosco non deve andare perduto; non basta che sopravviva in un libro.

Ecco il PERCHE’.

Quanto al CHE COSA questi ricordi debbano trasmettere ai più giovani, è ancora Primo Levi che lo dice in modo perfetto “I sommersi e i salvati”, il saggio con quale Primo Levi ci ha consegnato la sua definitiva riflessione, un’opera che non chiama in causa solo un capitolo di storia, ma la questione dell’identità europea:

“L’esperienza di cui siamo portatori è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si fa a mano a mano che passano gli anni.. Per i giovani degli anni ’50 e ’60 erano le cose dei loro padri. Per i giovani di questi anni, sono le cose dei loro nonni: lontane, sfumate,”storiche”…per noi parlare ai giovani è sempre più difficile.”

“ E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto …”.

“Ci viene chiesto dai giovani chi erano, di che stoffa erano fatti questi nostri ‘aguzzini’. Il termine è improprio, fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano ‘mostri’, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male…”

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Saluti cordiali e buon 25 aprile a tutti

Roberto Caielli (Sesto Calende)

23 aprile 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi