Milano

L’ultimo Orson Welles nell’ultima replica milanese

L'attore Giuseppe Battiston

“Il dottore mi ha proibito di fare cene per quattro, a meno che non ci siano anche gli altri tre”. Ecco le prime parole dal palcoscenico. Ultima replica, ieri sera a Milano, presso il neonato Elfo Puccini di Corso Buenos Aires, di “Orson Welles’ Roast”, monologo scritto a quattro mani da Michele De Vita Conti (anche regista dello spettacolo) e Giuseppe Battiston. Interpretato, ma forse il termine più adatto sarebbe “vissuto”, dallo stesso Battiston.

Nei paesi anglosassoni si usa fare l’arrosto, il roast, di un personaggio ricco, famoso, importante, ovvero, durante una festa in suo onore, i suoi amici (ricchi, famosi…) si adoperano per farsi beffa di lui, per mostrargli le sue pecche e i suoi punti deboli: questo farà sul palco Orson Welles/Battiston di se stesso, perché, “contrariamente a ciò che dite voi italiani, ovvero che qualcuno è bollito, lesso, fritto, bruciato, la rosolatura (l’arrosto) è il modo più nobile di cuocere una pietanza”. Parole di Orson/Battiston, che si esprime in un italiano dall’accento fortemente americano ma che non si scuserà: “Non vi chiederò scusa per il mio italiano: è perfetto! Perché, anche se molti di voi non lo ricordano, io ho vissuto 15 anni nel vostro paese”.

Così Orson ci racconta la sua vita, tra aneddoti e delusioni, ponendo in primo piano la sua attività teatrale rimasta per i più misconosciuta, eppure questa produzione comprende, tra l’altro, un memorabile Macbeth ambientato in una piantagione di Haiti dove si praticano riti vudù (e Battiston racconta l’episodio infilzando ad ogni pausa con degli stecchini una melanzana), che vide alla sua prima quattro isolati di coda a New York nonché, cosa mai vista allora, seduti fianco a fianco bianchi e afroamericani.

Nonostante il narcisismo iperbolico di un Welles oramai alla fine della sua carriera (e vita), non sfuggono punte di dolore e rimpianto per una realtà artistico-produttiva che non si discosta molto da quella odierna: il cinema era un mezzo nuovo e bisognava fare il possibile per usarlo al meglio, sperimentare, procrastinare al massimo la resa dei conti con il Dio Danaro. “Io ho fatto ruoli di merda per avere i soldi per i progetti che mi interessavano, gli attori di oggi fanno ruoli di merda e basta”. Oppure: “I film che non ho finito sono quelli che ho girato con i miei soldi, quando c’era qualcuno che mi finanziasse ho sempre portato a termine il lavoro senza ritardi e senza spendere di più di qualsiasi altra produzione dello stesso tipo”.

Parole amare, ma d’amore per il cinema, per il teatro, per lo spettacolo in generale: “Non mi vergogno a dire che sono un uomo di spettacolo, voglio comunicare con il pubblico e avevo scelto il talento come mezzo per farlo”. Parole di rabbia, di rancore e disprezzo per le meccaniche di un mondo che relega l’arte a mera decorazione pur usandola e deformandola continuamente con il solo scopo di accumulare guadagni su guadagni.

Giuseppe Battiston si è dimostrato un attore vero, non c’è altra parola per definire la bravura di qualcuno che ci porta sul palco non se stesso, ma l’Altro, in questo caso lo stesso Orson Welles, e che sa, allo stesso tempo, comunicarci qualcosa che pare detto apposta per ognuno di noi, pur riguardando l’universale: “L’intimità è la più efficace forma di comunicazione”.

Se siamo stati toccati da questo intensissimo monologo (e gli applausi parrebbero confermarlo) allora vuol dire che ci sono speranze che l’arte vera, intima e universale, abbia ancora voce in capitolo.

2 aprile 2010 Viviana Faschi redazione@varesereport.it
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