Cinema

Gaza, i pacifisti e il documentario “Caos Totale”

A pensarci bene, c’è una profonda coerenza nella vicenda del documentario di Maurizio Fantoni Minnella, critico cinematografico alla prima prova da regista, “Caos Totale, la marcia perduta di Gaza”. Anche lui parte della delegazione internazionale che doveva manifestare a Gaza insieme ai palestinesi, di fronte al blocco (quasi) totale delle autorità egiziane, ha dovuto cambiare l’idea iniziale, e non documentare più la manifestazione, ma la sua assenza, la delusione e la speranza. Una scelta forzata molto più capace di esprimere la condizione di violenza e isolamento che stanno di casa a Gaza rispetto ad un documentario su una marcia realmente avvenuta. Un regista, dunque, che condivide, con il soggetto del suo film, una comune condizione, avrebbe detto Simone Weil, di “deracinement”, di drammatico sradicamento.

Tutta la pellicola del regista varesino documenta l’attesa. La conoscenza del Cairo, le discussioni animate, il confronto duro con le forze di sicurezza, il tentativo di leggere i segnali che giungono dalla palude diplomatica, le diverse scelte strategiche, il frastagliato fronte pacifista, è tutto un cammino che avviene attendendo quel via che apparirà sempre più lontano e impossibile. Con la tentazione, che serpeggia, di prendere ognuno la propria strada. O di trasformare un’azione politica in iniziativa umanitaria.

Una condizione di attesa, di tensione, di voglia di testimoniare la solidarietà, sciolta non dai fatti, ma dal regista nel finale del suo “Caos Totale” (un titolo che riecheggia il titolo di un Izzo d’annata e dei suoi luridi bassifondi marsigliesi). Una lunga sequenza in cui una enorme bandiera viene agitata dai pacifisti, con una citazione da “Novecento” di Bertolucci. Ai margini un bambino sano e molto yankee guarda, con sguardo interrogativo e cerca una risposta. Che gli viene dalle immagini in bianco e nero di una bambina palestinese che, desolata, si aggira tra la miseria, mentre una poesia in arabo introduce un famoso pezzo degli Area.

Quasi un passaggio di testimone, o uno scontro inevitabile, tra due civiltà. Una chiusura enigmatica per un film con immagini non manieristiche (anche quando certi scorci del Cairo erano un invito a nozze) e un montaggio rapido e incalzante. Bella la scelta della colonna sonora, spesso in contrappunto rispetto alle immagini.

25 marzo 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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