Milano

Un trionfo dei sensi nel Tannhäuser della Scala

Il tanto atteso Tannhäuser della Fura dels Baus ha debuttato ieri alla Scala di Milano, diretto dall’attentissima bacchetta di Zubin Mehta, o forse si potrebbe meglio dire dall’attentissima “mano” del Maestro di Bombay.  Nella messa in scena di questo Tannhäuser la parola “mano” non è mai fuori luogo: è la molteplice e metamorfica chiave di lettura dell’intera opera. La mano delle linee del destino; la mano dove predomina il Monte di Venere – la dimensione della pura sensualità; la mano faustiana con le dita volte verso l’alto, che vuole “cogliere” il mondo con i suoi tripudi; la mano, all’opposto, francescana, con le dita rivolte in basso, che “raccoglie” ciò che il mondo dona; la mano albero della vita e del divino; la mano che addita al peccato; la mano-altare che chiede la grazia.

La mano. La famosa mano robotica alta 11 metri (realizzata da Roland Olbeter), che entra ed esce dalla scena delineando gesti dai significati sempre diversi e quasi opposti, quando non sottilmente coperti dal velo dell’ambiguo.

Ma il Tannhäuser alla maniera della Mehta-Fura è anche e soprattutto un trionfo dei sensi e un abbattimento del classico manicheismo perdizione-santità.  Dove si situa la manichea divisione corpo-anima, sensi-intelletto, abbandono-ascesi, in un mondo neoinduista come quello pensato da Carlus Padrissa sotto lo spunto dello stesso Zubin Mehta?

Il Tannhäuser della Mehta-Fura non deve scegliere tra i piaceri ottenebranti dei sensi o la via casta e spirituale che conduce alla redenzione. Non c’è redenzione poiché non c’è peccato, inteso in senso cristiano. Tannhäuser non viene accusato perché ama e si concede ai piaceri fisico-sensuali; all’opposto perché non sa equilibrare il sensuale con lo spirituale, è manicheo lui, non sa porsi al centro, si sente, dalla sua natura, sballottato dalle realtà opposte di Venere e dello Spirito. Il manicheismo fallisce quando lo spettatore si rende conto che la Wartburg non si oppone al Venusberg, essa rappresenta invece l’equilibrio.

Il carattere dominante della Wartburg Mehta-Fura è, proprio per questo, lo sfarzo (inteso, alla maniera del poeta Mario Benedetti, come “la rappresentazione migliore di quello che è il mondo”), e nessuno si trova a vivere lì negando i sensi, il tripudio del colore, del sole, dell’oro, del lussureggiante. Ugualmente la dimensione religiosa non è quella bianca e immacolata della Chiesa, bensì quella di un misticismo di ritrovato contatto con la terra.

I sensi dell’eccesso orgiastico del Monte di Venere (figure nude di terra, d’acqua e d’aria, il cui corpo brilla o si fa specchio con i toni dello sterile-lunare-diamantino), la sinuosità dei corpi senza particolari distintivi o delle mani prive di corpo che accarezzano Tannhäuser fiorendo dalla terra, sono sì, invece, denotativi di un eccesso e di uno squilibrio, portano alla perenne inazione, alla noia del troppo pieno.

Questo oltre-mondo del superamento della condizione manichea, di formidabile intuizione, è stato un po’ indebolito nella sua forza da altre invenzioni di Carlus Padrissa e Roland Olbeter, come lo schermo inondato di immagini digitali (fin troppo!) sullo sfondo (il telo sul proscenio poteva bastare), o la ruota quasi bio-meccanica dove a turno si situavano i personaggi (che faceva tornare alla mente alcune opere dell’artista spagnolo di body art Marcel-Li Antunez Roca).

Interessante invece il ragazzo che, seduto sul proscenio, realizzava con digi-matita e un pc portatile i disegni che contemporaneamente venivano proiettati sulla mano robotica.

Un Tannhäuser molto interessante, forse non pienamente riuscito, sicuramente sorretto magistralmente dall’orchestra di Mehta (da ricordare la bravissima arpista), ma stracarico di spunti per chi volesse cimentarsi in altre nuove letture delle opere del passato.  Attualizzare un’opera non significa solo aggiungere il digitale o la robotica, bensì dare una parola all’oggetto d’arte che sappia dire qualcosa all’oggi. Il senso rimane universale pur nel mutare della forma.

18 marzo 2010 Viviana Faschi redazione@varesereport.it
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