Milano

Egon Schiele e i suoi demoni a Palazzo Reale

Un autoritratto del 1912

Non è facile cacciare un infernale maelström dentro le sale di una mostra, tanto più se la cornice è quella neoclassica di Palazzo Reale a Milano. La “finis Austriae”, in cui scorrono i tormentati anni della vita del pittore protagonista della mostra milanese “Schiele e il suo tempo”, a cura di Rudolf Leopold e Franz Smola, altro non è che una terrificante discesa agli inferi da parte dell’uomo europeo. Tra Mahler e Freud, in quegli anni febbrili e visionari, anni di “demoni e visioni notturne”, per dirla con Kubin, la cultura europea approda ad una consapevolezza assoluta (e irripetibile) della crisi del mondo occidentale.

Accompagnato, come sottofondo musicale, dalle sinfonie di Mahler e dal Lied di Schubert “Der Tod und das Maedchen (La morte e la fanciulla)”, il visitatore della mostra di Palazzo Reale percorre i primi vent’anni del Novecento grazie ad opere provenienti dal Leopold Museum di Vienna: un itinerario piuttosto piano, con qualche forzatura didascalica, tutto sommato un percorso scontato che viene affidato a grandi pannelli. E così la mostra dedicata ad Egon Schiele corre  il rischio di disperdere quel milieu culturale e biografico fatto di disperata lucidità (o di lucida disperazione) che costituisce un marchio a fuoco per coloro che, come Schiele, guardavano il mondo e la storia, per usare il titolo di un bellissimo libro di qualche anno fa, “dallo Steinhof”, cioè dall’ospedale psichiatrico in cima a Vienna.

Di sala in sala, di opera in opera, seguiamo l’evoluzione dell’arte di Schiele, saltando, come ostacoli, gli stereotipi che continuano a funestare l’opera di questo artista maudit (il dandy, il pedofilo ecc.), che si è meritato anche una citazione in un film di Tinto Brass. La mostra ospitata a Palazzo Reale parte con un autoritratto a matita del 1906 e si conclude con quei nudi che, negli ultimi anni di vita di Schiele (muore nel 1918), avevano perso quella violenta pulsione erotica e quell’angosciata sensualità degli anni 1913 e ’14, gli anni che hanno reso il pittore austriaco molto popolare. In tutto una trentina di opere, che privilegiano una lettura meno scontata e più inedita, fatta di autoritratti e paesaggi, nature morte e alberi. Una lettura attenta ai colori e agli aspetti formali, ma anche ai risvolti biografici dell’artista.

Oltre a Schiele, la mostra offre anche una selezione di opere di artisti, a partire dal maestro Klimt, che per ragioni biografiche o storiche ebbero contiguità con Schiele. Non mancano veri e propri capolavori, come le tele del pittore suicida Richard Gerstl o quelle di Carl Moll. Ma, tutto sommato, parentele e analogie, identità e differenze appaiono piuttosto fuorvianti se riferite a Schiele e al suo itinerario artistico, magistrale ed isolato. Sempre in bilico tra Eros e Thanatos, magari affrontati accompagnato, entrambi chiusi in un grande manto nero, dal maestro Klimt, come appare in nella grande tela del 1912 che ha per titolo “Gli eremiti”, un capolavoro che merita il prezzo del biglietto e anche l’acquisto del modesto catalogo, pubblicato da Skira. Anche se, sempre dello stesso editore, appare più interessante il “Diario del carcere” di Schiele, dove si legge la famosa frase “un’arancia brillante è l’unica luce che risplenda in questo spazio”. Grande e solitario Schiele.

16 marzo 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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