Varese

“Terra matta”, l’Italia raccontata da un bracciante

L'attore e regista Vincenzo Pirrotta

Un durissimo corpo a corpo con la scrittura, sotto la spinta dell’urgenza della memoria, superando anche il proprio semi-analfabetismo. Un punto di partenza ineludibile, per giungere a quello che Andrea Camilleri, il papà di Montalbano, ha definito “un manuale di sopravvivenza involontario e miracoloso”.

Stiamo parlando di “Terra matta”, il bellissimo romanzo autobiografico scritto nel profondo Sud, su una scassata Olivetti, dal bracciante Vincenzo Rabito, nato a Chiaramonte Gulfi (provincia di Ragusa). Un romanzo, pubblicato coraggiosamente dalla casa editrice Einaudi, che sfiora certe irraggiungibili vette linguistiche della trilogia teatrale di Testori, dato che anche nel caso di Rabito l’opera è il linguaggio, un grasso impasto di invenzioni e realtà, recuperato nello spettacolo teatrale con Vincenzo Pirrotta.

Questo spettacolo sarà da stasera 15 marzo a mercoledì 17, sempre alle 21, sul palcoscenico del Teatro di Varese, e certamente rappresenta la migliore proposta di tutta la Stagione di prosa che l’Apollonio ha rilanciato dopo che il Comune di Varese ha abbandonato questa antica e nobile tradizione. E’ il Teatro Stabile di Catania che porta in scena questa “Terra matta”, con la regia dello stesso Vincenzo Pirrotta, che sul palco è anche protagonista nei panni di Vincenzo Rabito. A suo fianco Amalia Contarini, Marcello Montalto, Alessandro Romano, Salvatore Lupo, Mario Spolidoro e Giovanni Parrinello, con le musiche originali di Luca Mauceri.

Un vita pregna di storie, quella di Rabito: da ragazzino è stato bracciante, poi è partito per il Piave, ha fatto la guerra D’Africa, è sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale, ha fatto il minatore in Germania. Una vita il cui racconto diventa inconsapevole pretesto per tratteggiare gli eventi principali che hanno fatto la storia del Novecento: le due grandi guerre, l’avvento del fascismo, l’emigrazione. Una vita caratterizzata da una serie di furberie più o meno connesse al tentativo di sottrarsi a una povertà difficile da scrollarsi di dosso.

Una vita di viaggi, dunque; spesso imposti. E un vita di ritorno. Il classico ritorno a casa, in terra di Sicilia, dove Rabito finisce per sposarsi e crescere tre figli. E poi l’incontro magico, imprevedibile e fruttuoso con una macchina da scrivere: una vecchia Olivetti dove, tra il 1968 e il 1975, il bracciante di Chiaramonte imprime i suoi ricordi con un (forse involontario) piglio tragicomico e un linguaggio indefinibile, che non è italiano e nemmeno siciliano; un linguaggio naturale che diventa lingua e trova nelle sue non-regole l’elemento vitale e fascinoso di una narrazione fuori dai canoni, ma sincera e avvincente. La narrazione di chi scrive perché ha qualcosa da dire (a prescindere da tutto e da tutti), che è diversa da quella di chi scrive per dire qualcosa. E Rabito di cose da dire ne aveva tante, che “se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare.”

15 marzo 2010
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